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Lazio involuta: i dati che certificano la “crisi” di Baroni

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Lazio, Baroni, Napoli, Serie A

Una Lazio incerottata non va oltre l’1-1 in casa con il Como. Per la squadra di Baroni solo una vittoria nelle ultime cinque gare.

I dati, di per sé, non dicono nulla. Non raccontano una verità oggettiva e sopraelevata rispetto alla comune percezione del tifoso. Sono però un caposaldo dell’esegesi calcistica, dato che rappresentano uno dei pochi punti fermi di uno sport estremamente soggettivo, e devono essere alla base dell’analisi. Se interpretati nella giusta maniera, possono essere capisaldi di ragionamento e indicarci un pattern da seguire.

Il diktat di Baroni stride con l’attualità

La Lazio che ha incantato l’Italia (e non solo) durante la prima parte di stagione si basava su due presupposti fondamentali. Il primo era una straordinaria coralità, resa possibile soltanto dalla pretesa (impossibile in un calendario così congestionato) di avere sempre a disposizione (e in una condizione psico-fisica ottimale) i capisaldi della squadra. Tavares a sinistra, Guendouzi-Rovella nel mezzo, Dia-Taty con Zaccagni.

Il secondo è la condizione fisica della squadra nella sua interezza, fondamentale per reggere un gioco basato su ritmi asfissianti non solo per gli avversari ma anche per i giocatori stessi. Per perorare il suo credo calcistico, Baroni ha sempre preteso una squadra alta e corta. La conditio sine qua non per rendere sostenibile un assetto tanto spregiudicato è una straordinaria e costante applicazione di squadra.

Guendouzi e Rovella devono coprire enormi porzioni di campo; i due esterni devono eseguire uno sfibrante lavoro da cursori a tutta fascia (per coprire i laterali che vanno in sovrapposizione, diventando ali aggiunte in fase di possesso ma scoprendo il fianco in transizione); i due attaccanti devono muoversi molto per tutto il fronte d’attacco, non dando mai riferimenti all’avversario ma fornendo sempre una soluzione ai compagni.

Lazio

L’ESULTANZA DI BOULAYE DIA DOPO IL GOL ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Lazio più esposta: cosa ci dicono i dati

Se manca questo, salta il banco e crolla il castello. Il sentito comune del tifoso è che la Lazio alterni buone e cattive prestazioni in base alla partita, fra un tempo e l’altro o addirittura a seconda dello spezzone di gara. I dati, però, forniscono una lettura diversa e ci restituiscono il pattern di una squadra sistematicamente più esposta. Il risultato finale della partita, come spesso nel capita nel calcio, è una variabile aleatoria e figlia di circostanze, ma l’andamento (statistico) della gara è sempre lo stesso.

Infatti, nelle ultime sei partite, la Lazio ha fatto registrare un xGA superiore a 1 in cinque. L’xGA è un acronimo che sta per “Expected Goal Against” e indica le “situazioni da gol” (o per lo meno quelle in cui “un gol è atteso”, e quindi più probabile, statisticamente) concesse da una squadra nell’arco di un match. Gli xG non sono propriamente le occasioni create o subite, ma questa semplificazione ci è comunque utile.

Nelle precedenti 21 partite, era successo solo 6 volte. La partita contro l’Atalanta, da molti descritta come estremamente positiva, è stata (statistiche alla mano) la peggior prestazione difensiva della Lazio dell’anno. Infatti, in quell’occasione gli xGA furono 2,81. Il peggior dato della stagione per la Lazio e il secondo miglior dato dei bergamaschi, che solo contro il Genoa (con un xG di 3,65) avevano creato di più.

Como, Fabregas

L’URLO DI CESC FABREGAS CHE PUNTA IL DITO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

17 tiri concessi al Como, è “record”: ma c’è un pattern

Per fare un paragone, nella debacle contro l’Inter gli xG dei nerazzurri erano stati di 2,14. Quella contro gli orobici era stata la seconda peggior performance difensiva della stagione, con 14 tiri concessi agli avversari: gli stessi concessi al Como all’andata e alla Fiorentina. Peggio soltanto contro la Juventus (ma giocando 60 minuti con un uomo in meno) e contro l’Ajax, su un campo tradizionalmente complicato.

Proprio contro i lariani la Lazio ha riscritto il proprio record negativo, facendo calciare 17 volte la squadra di Fabregas. Un dato certamente corroborato dall’inferiorità numerica dell’ultima mezz’ora, ma la fragilità difensiva della squadra di Baroni era tangibile anche in parità numerica. A nulla è servito l’inserimento in pianta stabile di Dele-Bashiru (che pure sta giocando benissimo) per ridare “equilibrio” alla squadra.

Quando manca uno fra Dia e Castellanos (e anche Pedro, in questo caso) la Lazio torna ad essere prevedibile come lo era quella di Sarri, ma si sapeva che non avrebbero potuto giocarle tutte. Guendouzi e Rovella avrebbero terribilmente bisogno di tirare il fiato ogni tanto, ma sono gli unici giocatori della rosa a non avere ricambi. Come al solito un dato è un dato e da solo non vuol dire nulla. Di per sé i numeri non sono insinuanti e l’occhio digitale non pretende di essere superiore all’occhio umano: fornisce solo uno spunto.

La conclusione che sovviene spontanea è che la Lazio sia corta e che, allo stato attuale delle cose, non sia in grado sostenere (sul lungo periodo) i ritmi chiesti da Baroni. Anche questa è una fredda analisi senza pretese. La si può interpretare, a seconda di chi legge, come una critica all’allenatore o alla dirigenza, anche se preferirei venisse letta come una “critica” a tifosi e opinionisti.

I difetti c’erano anche prima, quando i risultati li mascheravano, e costruire aspettative sulla base di mezza stagione non è mai positivo. Non si può pretendere una Lazio competitiva su tutti i fronti al primo anno di un cambio pelle radicale. I dati, di nuovo, da soli non dicono nulla, ma possiamo interpretarli come un monito a non disperdere l’entusiasmo solo per la delusione di aver perso contatto con la realtà.

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Milan-Comvest, cambiare tutto per cambiare niente: l’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan-Comvest, assisto ormai da alcuni giorni a scene di giubilo dei vari tifosi rossoneri alla notizia di un nuovo finanziatore. Ma perché festeggiare?

Gerry Cardinale è pronto a mettersi un altro cappio al collo per diversi anni. Normale per chi i soldi non li ha, farsi finanziare un progetto. Fino a qui niente di nuovo, o di strano. Non è normale secondo me festeggiare come fosse la seconda festa della liberazione.

Sappiamo che con ogni probabilità sarà Comvest a finanziare Cardinale per una cifra intorno ai 600 milioni di euro grazie alla quale verrà totalmente estinto il vendor loan di Elliott sgravando quindi la famiglia Singer da ogni futuro impegno nell’AC Milan e liberando l’uomo dei conti Giorgio Furlani.

E fino a qui sto raccontando fatti che penso non siano più una novità, visto che noi di Calcio Style ne parliamo da 10 giorni. Ma in fondo cosa cambierà? La risposta è: nulla.

L’obiettivo dell’operazione è sostituire integralmente Elliott col quale c’erano evidenti ed insanabili dissapori nella gestione del club, fatta la doverosa premessa che il detentore del 100% delle quote è comunque Cardinale. Ma un conto è essere il proprietario libero da vincoli, un conto è esserlo con un cappio al collo di 489 milioni di debito residuo.

Sostanzialmente l’operazione che si terrà nel breve termine sarà quella di un passaggio da un venditore a un finanziatore terzo. Ma di fatto che differenza ci sara? Di cifre? No perché Cardinale chiederà di più. Di tassi? Certamente Comvest non regala soldi, così come non li regalava Elliott.

Via Furlani liberi tutti? Si inizierà a spendere sul mercato come non ci fosse un domani? Dispiace dirlo, ma non sarà così. Comvest presterà soldi senza mettere nessuno a controllare? Anche qui la risposta è negativa. Calvelli sarà meglio di Furlani? No.

E allora cambierà qualcosa? L’ho già detto, assolutamente no.

Cappio al collo era, cappio al collo rimarrà. A meno che qualcuno venga a rilevare il 100% delle quote, ma questa è un’altra storia…di medio/lungo termine. Perché la certezza è che Cardinale venderà, i tempi non sono noti, ma sappiamo che l’obiettivo di un fondo è acquistare e poi vendere in guadagno. Il Milan non farà accezione.

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Milan, coi campioni si vince: lo capiranno? L’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan, nel day after la vittoria contro il Como in trasferta per 3-1, sono a interrogarmi se questa volta, per l’ennesima volta, la lezione sarà capita.

Il Milan vince a Como per 3-1 e cancella il record di imbaiitibilità degli uomini di Fabregas in casa. Una vittoria che non convince appieno, una quadra – il Milan – che lascia troppo campo agli avversari e che deve ringraziare Maignan se il risultato per i padroni di casa non è stato per niente tondo.

Deve anche ringraziare un altro francese – Adrien Rabiot – autore di una doppietta e di una prestazione gigantesca a metà campo, coprendo anche le zolle ieri sera lasciate un po’ vuote da uno spento Modric.

La dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, è che coi campioni si vince. Sì, perché Maignan e Rabiot non sono solo giocatori di livello, ma veri e propri campioni. E i campioni vanno tenuti, senza se e senza ma.

Lo capirà la dirigenza? Mi auguro di sì e che il rinnovo di Maignan possa essere solo il primo di altre importanti conferme. Fare cassa coi campioni non paga, la cessione di Tonali grida ancora vendetta, soprattutto se poi ci metti anni a trovare un sostituto.

 

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Inter, il demone degli scontri diretti non se ne va

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Inter

Inter – Continua l’astinenza di vittorie contro le grandi, finali da incubo e fragilità mentale. Anche con il cambio in panchina, i nerazzurri non riescono ancora a fare il salto decisivo.

L’Inter spreca ancora una volta l’occasione di dare una spallata al campionato e, soprattutto, di sfatare un tabù che comincia a pesare come un macigno. Avanti due volte, raggiunta due volte, fino al crollo finale che ha gelato San Siro. Il 2-2 con il Napoli è l’ennesima fotografia di una squadra che, nei momenti chiave, continua a tremare.

A nove minuti dalla fine i nerazzurri erano davanti, pronti a staccare i rivali e a mandare un segnale forte. Invece, su un pallone apparentemente innocuo, la confusione di Bisseck e Barella ha spalancato la porta a Lang e poi a McTominay, falco nell’area interista. Doccia fredda, l’ennesima, arrivata quando una squadra di questo livello dovrebbe invece saper condurre la partita fino ai titoli di coda.

Inter

Rasmus Højlund e Lautaro Martinez ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Chivu, alla vigilia, aveva parlato di un’Inter diversa rispetto a quella smarrita tra polemiche e nervosismi di un mese fa. Ha ragione solo in parte. I progressi ci sono, la crescita è evidente, ma certi fantasmi mentali resistono. Il problema non è solo la forza di avversari organizzati come il Napoli, bensì la sensazione che basti un episodio, un uomo – ieri Hojlund – per far vacillare un’intera struttura difensiva. È lì che riaffiora il demone della paura, quello che rende incandescenti gli ultimi minuti e difficili da gestire.

I protagonisti nerazzurri, a fine gara, parlano di “bicchiere mezzo pieno”. Parole di circostanza. La verità emerge ancora una volta dalle parole dell’allenatore: il peso di ciò che è accaduto nel finale della scorsa stagione non è stato ancora del tutto smaltito. Da allora l’Inter ha evitato di sprofondare, ha ritrovato competitività, ma resta convalescente. E il dato sugli scontri diretti lo certifica.

Inter, da quanto non vinci contro una big?

Dal 24 aprile 2024, notte del 2-1 sul Milan che consegnò il ventesimo Scudetto, i nerazzurri non hanno più vinto contro le grandi rivali: né Milan, né Napoli, né Juventus. Quasi due anni senza successi nei big match. Una serie fatta di pareggi beffardi, sconfitte pesanti e partite folli, dal derby d’Italia al cardiopalma finito 4-3 fino alle cadute con i rossoneri e ai duelli irrisolti con i campani. Fa eccezione solo la Roma, battuta due volte di misura in trasferta, ma l’incrocio con i giallorossi non ha lo stesso peso specifico degli altri.

Il segnale è chiaro e non va ignorato: l’Inter ha sprecato una grande occasione perché, nei momenti decisivi, non è ancora guarita. Abituarsi a non vincere gli scontri diretti sarebbe l’errore più grave. Il rischio è che quel demone, già visto all’opera l’anno scorso, continui a presentarsi sul più bello. E allora sì, che l’allarme diventerebbe definitivo.

 

 

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