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Inter, dietro lo sfogo di Lautaro un terremoto: chi resterà?

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Lo sfogo di Lautaro scuote l’Inter: ora nello spogliatoio nerazzurro regnano tensioni e voci di addii che potrebbero cambiare il futuro.

Lo sfogo del capitano Lautaro Martinez dopo la sconfitta contro il Fluminense e la conseguente eliminazione dal Mondiale per Club ha fatto molto rumore in casa Inter. Adesso sono tante, tantissime le voci che circolano intorno allo spogliatoio nerazzurro, con diversi giocatori che potrebbero cambiare aria. 

Vien da chiedersi se lo stesso Inzaghi non avesse già notato qualcosa durante la stagione. Un segnale che potrebbe averlo spinto ad accettare la corte dell’Arabia in vista di una possibile rivoluzione. 

D’altronde, per quanto possa essere vero che il riferimento di Lautaro, come dichiarato da Marotta, fosse diretto a Calhanoglu, va detto che il centrocampista turco non ha preso parte alla sfida contro i brasiliani. E in campo sono stati altri a non convincere.

Inter

LAUTARO MARTINEZ E MARCUS THURAM RAMMARICATI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Inter, troppe crepe nello spogliatoio

Tra questi c’è sicuramente Marcus Thuram, che ha alimentato qualche voce di malcontento con quel like alla risposta social del compagno turco. Thuram è reduce da un infortunio e non si poteva certo pretendere fosse al 100% contro il Fluminense, ma guardando più in là, il francese è stato tra i giocatori dell’Inter che hanno reso meno nella seconda parte di stagione: soli 5 gol nel 2025, l’ultimo datato 30 aprile. Gli infortuni muscolari hanno pesato, ma la questione sembra andare ben oltre. 

Chi ha deluso molto è anche Federico Dimarco, fino a poco tempo fa pilastro inamovibile dello scacchiere di Inzaghi e ora bersaglio della tifoseria per le prestazioni insufficienti e per le tante, troppe disattenzioni in fase difensiva. 

Secondo Il Corriere della Sera lo sfogo di Lautaro non è piaciuto neanche a Denzel Dumfries: la bassissima clausola rescissoria da 30 milioni, scoperta solo oggi, lascia pensare che anche l’olandese si veda già lontano dall’Inter. 

La sensazione è che Marotta abbia cercato di mettere subito una pezza alle parole del capitano parlando di Calhanoglu solo per salvare altri equilibri, ma l’ambiente nerazzurro ha percepito che potrebbe esserci molto di più. 

Per quanto ancora si potrà nascondere la polvere, o meglio, il polverone, sotto il tappeto?

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Il peso delle scelte tattiche durante una partita di calcio

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Durante una partita ogni scelta dell’allenatore può cambiare tutto: dati, analisi e istinto aiutano a capirle, ma il calcio resta imprevedibile.

Sabato sera guardavo Atalanta-Napoli. Sessantacinquesimo minuto, 1-1, Gasperini toglie un centrocampista e mette un attaccante. Dieci minuti dopo l’Atalanta segna e vince. Mio padre mi fa: “Vedi? Ha azzeccato il cambio”. Ma era davvero quello giusto? O semplicemente è andata bene?

Questo è l’interrogativo che mi pongo ogni volta. Le scelte tattiche dell’allenatore – quando cambiare, chi mettere, come modificare il modulo – pesano tantissimo sul risultato. Ma quanto? E come capire se una scelta era giusta anche quando va male? Il bello del calcio moderno è che adesso possiamo analizzare queste decisioni con strumenti impensabili fino a pochi anni fa. Piattaforme come spinfin permettono di scomporre ogni scelta tattica nei suoi elementi fondamentali, mostrando con dati concreti l’impatto reale di una sostituzione o di un cambio modulo sul flusso della partita. Ma anche con tutti i dati del mondo, a volte è solo istinto. E fortuna.

Quando tutto si decide in panchina

Gli allenatori dicono che “la partita si prepara durante la settimana”. Vero. Ma poi arrivi a sabato e il trequartista ha la febbre. Oppure l’avversario schiera un modulo diverso. E devi decidere. In trenta secondi. Milan-Inter di due anni fa. Pioli aveva preparato tutto. Inzaghi a sorpresa mette Calhanoglu trequartista. Pioli deve cambiare. Modifica marcature, sposta Bennacer, blocca Theo. Cinque minuti. Il Milan perde 3-0.

Colpa sua? Difficile dirlo. Forse sarebbe andata peggio. Ma questo è il peso delle scelte – le fai, vedi il risultato, tutti giudicano. Vinci, sei un genio. Perdi, sei un incompetente. Nel calcio moderno gli allenatori hanno troppo da gestire. Non solo il modulo. Distanze, pressioni, movimenti senza palla. Cambia ogni tre minuti. E tu devi vedere tutto, capire tutto, correggere tutto. In tempo reale.

Le sostituzioni che cambiano le partite (o no)

Tipo di sostituzione Momento Rischio Impatto
Difensore per attaccante 60°-75° Altissimo Può vincere o crollare
Attaccante per attaccante 70°-80° Basso Dipende dalla forma
Centrocampista tattico 55°-65° Medio Cambia equilibrio
Cambio per infortunio Quando capita Variabile Destabilizza
Tripla sostituzione 60°-70° Medio-alto Ridisegna

Ogni allenatore ha il suo timing. Alcuni aspettano il 60° come regola. Altri cambiano al 45°. Non esiste scienza esatta. Mourinho aspetta l’80°, a volte l’85°. Se tiene, non toccare. Gasperini fa quattro cambi tra 60° e 70°. De Zerbi cambiava a metà primo tempo.

Chi ha ragione? Entrambi. Dipende dalla partita, dal momento. È scienza o arte? Un mix. Ci sono dati – chi ha corso di più, chi cala, quale zona è scoperta. Ma serve istinto. Quella sensazione che dice “adesso cambio” anche se i numeri dicono no. Il Napoli vinceva con sostituzioni assurde. Toglieva Kvara per Elmas. Proteste. Poi Elmas segnava. Fortuna? Programmazione? Feeling? Tutte e tre.

Partita

Eljif Elmas ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Quando il piano A salta e serve il piano B

Il calcio moderno ti obbliga ad avere piani alternativi. Perché quello che prepari raramente funziona. L’avversario fa qualcosa di inaspettato. Un giocatore si fa male. Prendi un gol dopo cinque minuti. E devi improvvisare. Gli allenatori migliori sanno reagire. Guardiola ne è il maestro. Cambia modulo tre volte in una partita. Parte 4-3-3, passa a 3-2-5 in attacco, si chiude 4-4-2 quando difende. Tutto fluido, tutto studiato.

Ma serve coraggio. Cambiare modulo è rischioso. Confonde i giocatori, rompe equilibri, crea buchi. Spesso gli allenatori preferiscono perdere con il loro piano piuttosto che rischiare modifiche improvvisate. Poi ci sono momenti di follia tattica. Zeman che sotto 2-0 toglieva un difensore per un attaccante. Bielsa che faceva pressing totale anche 3-0 sotto. Scelte suicide. A volte funzionavano, a volte no. Ma erano coerenti.

Io rispetto questi allenatori più dei pragmatici. Hanno il coraggio delle idee. Anche quando perdono, perdono alla loro maniera. Non come certi che cambiano sistema ogni settimana.

Il calcolo impossibile della scelta giusta

Il problema vero: non puoi mai sapere se hai fatto la scelta giusta. Vedi solo il risultato. E il risultato dipende da mille fattori che non controlli. Fai una sostituzione sensata. Il giocatore sbaglia un gol. Colpa tua? Tecnicamente no. Praticamente tutti ti danno dell’incompetente. Oppure fai un cambio assurdo, funziona per caso, e diventi genio. Ma era una cazzata. Hai avuto culo. Chi può dirlo? I dati aiutano ma non risolvono. Vedi che il centrocampista ha corso meno. Lo sostituisci. Ma magari nei prossimi dieci minuti la sua esperienza sarebbe stata determinante. Come saperlo?

Le scelte tattiche sono scommesse continue. Informazioni parziali, analizzate in tempo reale, risultati dopo trenta secondi. Zero possibilità di tornare indietro. Gli allenatori che ammiro ammettono gli errori. “Ho sbagliato il cambio”. Oppure: “Ha funzionato ma non ero sicuro”. Questa onestà è rara. Il peso lo portano loro. Noi dalla poltrona diciamo quello che vogliamo. Loro decidono. In cinque secondi. Con milioni che guardano. Un risultato che può costarti il posto. Non invidio il loro lavoro. Ma lo rispetto. Ogni partita è un esame pubblico. Non esistono risposte garantite. Solo scelte, conseguenze, e speranza di aver fatto il meglio.






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Roma, il monito del Gasp: una società presente vale più dei punti

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Inter

Oggi il tecnico della Roma è tornato a parlare dopo il silenzio di Lecce ed il confronto a Trigoria con la società alla vigilia del match contro il Sassuolo.

Dopo giorni di silenzi, supposizioni e confronti oggi Gian Piero Gasperini è tornato a parlare ai giornalisti. Il tecnico della Roma dopo la trasferta di Lecce aveva scelto di non lasciare dichiarazioni ai cronisti, lasciando intendere un suo malcontento per la situazione attuale della squadra e per l’insoddisfazione dal fronte del calciomercato.

Gasperini non parla di mercato: ecco i temi affrontati

Gasperini ha risposto alle domande nella conferenza stampa di Trigoria alla vigilia del match di domani contro il Sassuolo all’Olimpico. Ovviamente sono state tante le domande sul mercato, a cui il tecnico giallorosso ha però glissato, passando la palla agli stessi giornalisti e dicendo che quello che sa è quello che legge ed ascolta dagli stessi giornali.

Gasperini ha poi risposto riguardo il confronto andato in scena un paio di giorni fa con Ryan Friedkin e Claudio Ranieri, dicendosi contento ed auspicandosi che non sia stato un summit isolato. L’allenatore della Roma ha poi ribadito in più occasioni che la presenza del vicepresidente giallorosso a Trigoria vale più degli attuali 36 punti in classifica della squadra.

Everton

Rome, Italy 20.01.2024: Dan e Ryan Friedkin sitting in the stands watching the Italian Serie A TIM 2023-2024 football match AS Roma vs Hellas Verona at Olympic Stadium in Rome.

Le parole di Gasp fanno riflettere sul presente e sul passato della Roma

Una frase pronunciata quattro volte da Gasperini, a sottolineare di come il confronto tra allenatore e società non debba essere solamente circoscritto ad episodi isolati, ma piuttosto un’abitudine (sana) da mantenere. Una costante che deve essere la base per la costruzione di una visione comune che possa continuare a mantenere la Roma in alto.

A qualcuno le parole di Gasperini sono sembrate un flashback del passato, o forse un monito affinché il passato non possa più ripetersi. Ed i riferimenti sono fin troppo facili: Mourinho e De Rossi. Troppo spesso i due allenatori, specialmente il portoghese, avevano lamentato l’assenza della società all’interno delle mura del Fulvio Bernardini per potersi confrontare.

Roma

GIAN PIERO GASPERINI PENSIEROSO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

La figura di Ranieri, evidentemente, non basta, anche se Gasperini in conferenza stampa ha ribadito che il rapporto con il Senior Advisor giallorosso è ottimo, nonostante l’ex tecnico del Leicester fosse mancato nelle ultime settimane per un’operazione al ginocchio. Ranieri è un consulente esterno, una figura che funge da consigliere e da collante tra squadra e società, ma non è la società, come detto da lui stesso al momento del suo insediamento.

Gasperini ha bisogno della società perché la Roma ha bisogno della società. Serve una presenza costante, un decision maker con il quale costruire un confronto continuo sul presente e sul futuro della squadra. Occorre un rapporto quasi quotidiano per non ricadere negli errori del passato che hanno impedito alla Roma di mantenere una continuità progettuale. E proprio per questo le parole di Gasp sono un monito ai Friedkin e a tutti i naviganti: insieme si va lontano ancora di più.

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Calcio, Corrado Viciani: il Rinus Michels d’Italia

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Inter

Nel calcio, ci sono alcuni tecnici che rivoluzione completamente il gioco:  è Corrado Viciani, tecnico di Palermo e Ternana, il Rinus Michels italiano.

Nel gioco del calcio ci sono alcuni tecnici che passano alla storia per aver rivoluzionato il gioco dal punto di vista tecnico-tattico, come il tecnico dell’Ajax e dell’Olanda Rinus Michels: in Italia colui che si ispirato al grande allenatore olandese è Corrado Viciani, tecnico di Palermo e Ternana anni 70.

Calcio, ci sono tecnici che passano alla storia per aver rivoluzionato il gioco: è il caso di Corrado Viciani, tecnico di Palermo e Ternana anni '70

IL PALLONE DELLA SERIE A 2025-2026 ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Calcio, Corrado Viciani, il Rinus Michels italiano: il gioco corto e quella finale di Coppa Italia persa a Roma

Nel calcio ci sono tecnici che rivoluzione per sempre la storia del gioco dal punto di vista tecnico-tattico, come ad esempio Rinus Michels, tecnico dell’Ajax e dell’Olanda degli anni ’70 che inventò il gioco totale, che ebbe la sua massima espressione nella finale del mondiale del 1974 Germania-Olanda. Ci fu chi in Italia lo prese modello, stiamo parlando di Corrado Viciani, ex tecnico di Ternana e Palermo, che sia in Umbria che in Sicilia con il suo gioco corte fece grandissime cose.

Nella Ternana, Viciani portò i rossoverdi per la prima volta in Serie A, un vero evento per l’Umbria, visto che mai una squadra della Regione aveva visto la massima Serie. Nel 1973 l’approdo a Palermo, nei rosanero visse due stagioni da incorniciare: una squadra che giocava tuttocampo, capace di battere anche la Juventus vicecampione d’Europa in Coppa Italia, dimostrazione che quel Palermo non aveva paura di nessuno. Arrivò all’atto conclusivo di Coppa Italia contro il Bologna di Bulgarelli, con Olimpico invaso da tifosi rosanero. Il Palermo vinceva 1 a 0, poi l’arbitro Gonella fece quello che fu considerato uno scandalo: un fallo di Arcoleo in area di rigore giudicato dubbio, assegnò un rigore ai felsinei che mandò il match ai supplementari e poi ai rigori, dove trionfarono i rossoblù. Se ci fosse stato allora il VAR, la decisione di Gonella sarebbe stata revocata.

L’anno dopo, il Palermo sfiorò il ritorno in Serie A, decisivo fu il pareggio per 0 a 0 contro l’Hellas Verona di Zigoni e Domenghini, con un Palermo che attaccò per tutto il match, ma la difesa gialloblù resse all’offensiva rosanero. Poi, Viciani avrebbe continuato ad allenare addirittura sino al 1991, concludendo la sua carriera da tecnico a Torre del Greco  nella Turris, proprio mentre il calcio stava subendo la rivoluzione copernicana con Arrigo Sacchi al Milan.

Davvero una bella storia, se ci fosse stata più fortuna, Viciani avrebbe anche alzato un trofeo, ma sia a Terni che a Palermo è ancora ricordato, con il Liberati che il Barbera strapieni per vedere giocare il suo gioco all’olandese, come Rinus  Michels.

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