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Sarà il derby delle scontente sul mercato: la stracittadina di Roma vale tantissimo

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Derby

La stagione è da poco iniziata ma è già tempo di derby di Roma: il più sentito di tutta la Serie A. Le due compagini arrivano quasi nella stessa situazione.

Meno di 48 ore al derby di Roma. Quest’anno arriva già alla quarta giornata di campionato la stracittadina della Capitale, uno dei derby più sentiti di tutta la penisola. Arriva in un momento anche delicato della stagione, in cui si cercano le prime vittorie e i primi punti per dare fiducia all’ambiente, per prendere consapevolezza delle proprie capacità e rendersi conto di quanto le idee tattiche dell’allenatore siano state recepite al meglio.

Oltre a tutto questo c’è da mettere in conto un’incognita x presente in ogni stracittadina che si rispetti: “non è mai una partita come le altre”. Sembra ridondante ripetere questa frase fatta, ma quest’anno più che mai è calzante. Entrambe le formazioni arrivano al match dell’Olimpico non in grande condizione e soprattutto senza i favori del pronostico.

Da una parte abbiamo una Roma che, dopo le prime due giornate in cui ha raccolto due vittorie, si è dovuta fermare in casa contro il non temuto Torino di Baroni. Poche idee e pochi sprazzi nella gara contro i granata, che hanno sfruttato al meglio una disattenzione totale della retroguardia giallorossa per portarsi a casa i tre punti.

Dall’altra, invece, una Lazio che in tre giornate ha solamente tre punti, frutto della goleada casalinga contro l’Hellas Verona. Per ora due trasferte non così proibitive (sicuramente meno la seconda con il Sassuolo) e due sconfitte. Il ritorno di Maurizio Sarri in casa biancoceleste, accolto in grande stile, almeno per ora non sembra ripagare.

Serie A, Roma

L’ARBITRO LUCA PAIRETTO SEDA LA LITE TRA MATTEO GUENDOUZI E MANU KONE ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Il derby delle scontente sul mercato

Ad accomunare entrambe le sponde del Tevere è un calciomercato incompleto o addirittura inesistente.

La situazione in casa Lazio è semplice e chiara a tutti. Dopo l’esonero di Baroni, è stato chiamato Sarri, completamente ignaro delle importanti difficoltà del club di Lotito in chiave di mercato. Il blocco dei trasferimenti ha contribuito a creare un ambiente molto teso e le continue lamentele del tecnico ex Juventus hanno alimentato questo alone di incertezza sulle qualità della propria squadra. O molto più semplicemente, Sarri non ha una rosa adatta al suo tipo di gioco: e con il mercato chiuso nulla si è potuto sistemare.

lazio

In casa Roma la situazione è almeno più tranquilla. Il mercato si è fatto, nonostante le limitazioni della UEFA per il Fair Play Finanziario, ma anche qui con diverse lacune.

Gasperini, come Sarri, ha bisogno di giocatori adatti alla propria idea di gioco per rendere al meglio. Qualcuno è arrivato, qualcun altro no. Se da una parte si è riusciti finalmente a prendere un esterno destro di ruolo (Wesley), in avanti a sinistra è arrivato il solo Bailey, infortunatosi al primo allenamento a Trigoria. Con tre competizioni da affrontare (e con il doppio obiettivo Champions dal campionato e vittoria Europa League) i giallorossi hanno una rosa molto corta e con poche alternative sicure.

Contro il Torino si è vista proprio questa difficoltà di riuscire a rendersi pericolosi in zona offensiva. Il problema principale è sulla parte sinistra, dove oltre a Bailey indisponibile ci sono solamente Baldanzi e El Shaarawy. Con il Pisa aveva giocato in quella zona Dybala, ma con l’infortunio dell’argentino la situazione si fa molto preoccupante. Gasp negli anni all’Atalanta ha sempre avuto una grande scelta, soprattutto in attacco, e questa mancanza di alternative potrebbe prima o poi portare un conto salatissimo in casa Roma.

Roma

LA CURVA SUD ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Due squadre accomunate da un’estate complicata sul mercato che hanno una necessità matta di acquisire fiducia e punti in classifica. Per questo motivo il derby, in programma domenica 21 settembre, sarà già un primo spartiacque della stagione. Lazio e Roma si contendono l’inferno e il paradiso, consce del fatto che solamente una delle due potrà eventualmente esultare di gioia a fine partita.

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Milan-Comvest, cambiare tutto per cambiare niente: l’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan-Comvest, assisto ormai da alcuni giorni a scene di giubilo dei vari tifosi rossoneri alla notizia di un nuovo finanziatore. Ma perché festeggiare?

Gerry Cardinale è pronto a mettersi un altro cappio al collo per diversi anni. Normale per chi i soldi non li ha, farsi finanziare un progetto. Fino a qui niente di nuovo, o di strano. Non è normale secondo me festeggiare come fosse la seconda festa della liberazione.

Sappiamo che con ogni probabilità sarà Comvest a finanziare Cardinale per una cifra intorno ai 600 milioni di euro grazie alla quale verrà totalmente estinto il vendor loan di Elliott sgravando quindi la famiglia Singer da ogni futuro impegno nell’AC Milan e liberando l’uomo dei conti Giorgio Furlani.

E fino a qui sto raccontando fatti che penso non siano più una novità, visto che noi di Calcio Style ne parliamo da 10 giorni. Ma in fondo cosa cambierà? La risposta è: nulla.

L’obiettivo dell’operazione è sostituire integralmente Elliott col quale c’erano evidenti ed insanabili dissapori nella gestione del club, fatta la doverosa premessa che il detentore del 100% delle quote è comunque Cardinale. Ma un conto è essere il proprietario libero da vincoli, un conto è esserlo con un cappio al collo di 489 milioni di debito residuo.

Sostanzialmente l’operazione che si terrà nel breve termine sarà quella di un passaggio da un venditore a un finanziatore terzo. Ma di fatto che differenza ci sara? Di cifre? No perché Cardinale chiederà di più. Di tassi? Certamente Comvest non regala soldi, così come non li regalava Elliott.

Via Furlani liberi tutti? Si inizierà a spendere sul mercato come non ci fosse un domani? Dispiace dirlo, ma non sarà così. Comvest presterà soldi senza mettere nessuno a controllare? Anche qui la risposta è negativa. Calvelli sarà meglio di Furlani? No.

E allora cambierà qualcosa? L’ho già detto, assolutamente no.

Cappio al collo era, cappio al collo rimarrà. A meno che qualcuno venga a rilevare il 100% delle quote, ma questa è un’altra storia…di medio/lungo termine. Perché la certezza è che Cardinale venderà, i tempi non sono noti, ma sappiamo che l’obiettivo di un fondo è acquistare e poi vendere in guadagno. Il Milan non farà accezione.

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Milan, coi campioni si vince: lo capiranno? L’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan, nel day after la vittoria contro il Como in trasferta per 3-1, sono a interrogarmi se questa volta, per l’ennesima volta, la lezione sarà capita.

Il Milan vince a Como per 3-1 e cancella il record di imbaiitibilità degli uomini di Fabregas in casa. Una vittoria che non convince appieno, una quadra – il Milan – che lascia troppo campo agli avversari e che deve ringraziare Maignan se il risultato per i padroni di casa non è stato per niente tondo.

Deve anche ringraziare un altro francese – Adrien Rabiot – autore di una doppietta e di una prestazione gigantesca a metà campo, coprendo anche le zolle ieri sera lasciate un po’ vuote da uno spento Modric.

La dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, è che coi campioni si vince. Sì, perché Maignan e Rabiot non sono solo giocatori di livello, ma veri e propri campioni. E i campioni vanno tenuti, senza se e senza ma.

Lo capirà la dirigenza? Mi auguro di sì e che il rinnovo di Maignan possa essere solo il primo di altre importanti conferme. Fare cassa coi campioni non paga, la cessione di Tonali grida ancora vendetta, soprattutto se poi ci metti anni a trovare un sostituto.

 

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Inter, il demone degli scontri diretti non se ne va

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Inter

Inter – Continua l’astinenza di vittorie contro le grandi, finali da incubo e fragilità mentale. Anche con il cambio in panchina, i nerazzurri non riescono ancora a fare il salto decisivo.

L’Inter spreca ancora una volta l’occasione di dare una spallata al campionato e, soprattutto, di sfatare un tabù che comincia a pesare come un macigno. Avanti due volte, raggiunta due volte, fino al crollo finale che ha gelato San Siro. Il 2-2 con il Napoli è l’ennesima fotografia di una squadra che, nei momenti chiave, continua a tremare.

A nove minuti dalla fine i nerazzurri erano davanti, pronti a staccare i rivali e a mandare un segnale forte. Invece, su un pallone apparentemente innocuo, la confusione di Bisseck e Barella ha spalancato la porta a Lang e poi a McTominay, falco nell’area interista. Doccia fredda, l’ennesima, arrivata quando una squadra di questo livello dovrebbe invece saper condurre la partita fino ai titoli di coda.

Inter

Rasmus Højlund e Lautaro Martinez ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Chivu, alla vigilia, aveva parlato di un’Inter diversa rispetto a quella smarrita tra polemiche e nervosismi di un mese fa. Ha ragione solo in parte. I progressi ci sono, la crescita è evidente, ma certi fantasmi mentali resistono. Il problema non è solo la forza di avversari organizzati come il Napoli, bensì la sensazione che basti un episodio, un uomo – ieri Hojlund – per far vacillare un’intera struttura difensiva. È lì che riaffiora il demone della paura, quello che rende incandescenti gli ultimi minuti e difficili da gestire.

I protagonisti nerazzurri, a fine gara, parlano di “bicchiere mezzo pieno”. Parole di circostanza. La verità emerge ancora una volta dalle parole dell’allenatore: il peso di ciò che è accaduto nel finale della scorsa stagione non è stato ancora del tutto smaltito. Da allora l’Inter ha evitato di sprofondare, ha ritrovato competitività, ma resta convalescente. E il dato sugli scontri diretti lo certifica.

Inter, da quanto non vinci contro una big?

Dal 24 aprile 2024, notte del 2-1 sul Milan che consegnò il ventesimo Scudetto, i nerazzurri non hanno più vinto contro le grandi rivali: né Milan, né Napoli, né Juventus. Quasi due anni senza successi nei big match. Una serie fatta di pareggi beffardi, sconfitte pesanti e partite folli, dal derby d’Italia al cardiopalma finito 4-3 fino alle cadute con i rossoneri e ai duelli irrisolti con i campani. Fa eccezione solo la Roma, battuta due volte di misura in trasferta, ma l’incrocio con i giallorossi non ha lo stesso peso specifico degli altri.

Il segnale è chiaro e non va ignorato: l’Inter ha sprecato una grande occasione perché, nei momenti decisivi, non è ancora guarita. Abituarsi a non vincere gli scontri diretti sarebbe l’errore più grave. Il rischio è che quel demone, già visto all’opera l’anno scorso, continui a presentarsi sul più bello. E allora sì, che l’allarme diventerebbe definitivo.

 

 

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