Focus
Zhegrova è una boccata d’aria fresca per il calcio italiano
La Juventus vince ancora e si avvicina alla vetta: contro il Pisa la svolta è arrivata grazie a Zhegrova, il talento capace di rompere ogni schema.
La Juventus ha trovato ieri la terza vittoria consecutiva in campionato, portandosi a ridosso della vetta della classifica, in attesa delle partite di oggi e dei recuperi di Inter, Milan e Napoli. Un successo importante, arrivato contro un Pisa solido, compatto e ben organizzato, che per lunghi tratti aveva limitato le soluzioni offensive bianconere.
A fare davvero la differenza, però, ancora più dell’identità e dell’organizzazione portate da Luciano Spalletti, è stato l’ingresso nella ripresa di Edon Zhegrova. E non è difficile capirne il motivo. Il kosovaro ha portato in campo imprevedibilità, strappi, dribbling, fantasia.
In pochi minuti ha scombussolato i piani del Pisa, rompendo gli equilibri e costringendo la difesa avversaria a rincorrere. Esattamente ciò per cui la Juventus ha deciso di puntare su di lui in estate.

LA GRINTA DI LUCIANO SPALLETTI E ALBERTO GILARDINO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Zhegrova, il talento che va oltre la tattica
Perché in fondo esistono giocatori che vanno oltre ogni schema. Calciatori che, con la sola qualità individuale, possono distruggere qualsiasi piano tattico e cambiare il volto di una partita. Zhegrova rientra perfettamente in questa categoria, ma non è un caso isolato.
Basta guardare come il Napoli abbia cambiato marcia da quando David Neres è tornato centrale nel gioco azzurro, o quanto il Milan perda soluzioni offensive quando Rafael Leão è indisponibile.
Sono giocatori che vanno coltivati e, a volte, coccolati più della tattica stessa, perché la loro capacità di accendere una partita è un valore aggiunto enorme. Finora Spalletti ha utilizzato Zhegrova soprattutto a gara in corso, come arma per spaccare le partite. Ma continuando così, non servirà molto prima che il tecnico di Certaldo gli conceda fiducia anche dal primo minuto con maggiore continuità.
Perché Zhegrova non è solo una risorsa per la Juventus: è una boccata d’aria fresca per il calcio italiano. Ed è anche ciò che manca, da tempo, alla nostra Nazionale.
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Milan, quando Pato fu ad un passo dal PSG
In 4 anni e mezzo con il Milan, Pato ha vissuto un periodo calcistico di alti e bassi. Nel 2012 il brasiliano fu ad un passo dalla cessione al PSG.
Arrivato nell’estate del 2007, Alexandre Pato ci ha messo poco a far innamorare i tifosi rossoneri. All’esordio va subito a segno nella vittoria per 5-2 contro il Napoli il 13 gennaio 2008.
Dopo aver segnato diversi gol nelle sue prime stagioni con il Milan tra tutte le competizioni (9 nel 2007/08, 18 nel 2008/09, 14 nel 2009/10, 16 nel 2010/11), la stagione 2011/12 sarà una stagione a dir poco complicata per l’attaccante brasiliano.
Milan, Pato al PSG e Tevez al Milan: era fatta, poi il ribaltone

Siamo nel gennaio del 2012 nel bel mezzo della finestra di mercato invernale. Dopo le ottime prime 4 stagioni in rossonero, Pato gioca solo 9 partite nella prima metà della Serie A 2011/12, segnando un solo gol. Ciò é dovuto ad un infortunio muscolare che lo tiene fuori per quasi 2 mesi. Inoltre, ci sono anche i gossip fuori dal campo che lo perseguitano da quando si é fidanzato con Barbara Berlusconi, figlia di Silvio Berlusconi, all’epoca Presidente del club rossonero.
Nonostante il periodo complicato del calciatore, il PSG offre 32 milioni di euro al Milan, e Galiani accetta. Nel frattempo, il club rossonero ed il Man City sono vicini alla chiusura dell’affare per portare Tevez al Milan. Dopo l’accordo con il calciatore, Galliani é in volo per Londra con l’obiettivo di chiudere la trattativa.
Alle ore 14:52 del 12 gennaio 2012 sembra praticamente cosa fatta: Pato al PSG e Tevez al Man City. Tuttavia, poche ore dopo (alle ore 16:32), Pato fa dietrofront ed annuncia sul sito ufficiale del club rossonero che vuole restare al Milan, definendola casa sua. A bloccare la trattativa sarebbe stato Silvio Berlusconi, poco convinto dell’operazione sia per ragioni economiche, sia per ragioni sportive. Alla fine Pato resta al Milan e Tevez resta al Man City.
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Napoli, accadde oggi: la prima al Maradona del 2025
Oggi, 1 anno fa, il Napoli ospitava il Verona per la 20a giornata della Serie A 2024/25. I Partenopei vogliono vincere per rimanere in testa al campionato.
Dopo le due sconfitte in tre giorni contro la Lazio, la squadra di Conte si riscatta subito. Arrivano 4 vittorie consecutive contro Udinese, Genoa, Venezia e Fiorentina. Arriva anche il sorpasso in classifica sulla capolista, ovvero l’Atalanta.
Dopo aver aperto il 2025 con una vittoria per 0-3 al Franchi, i Partenopei giocano la prima partita dell’anno al Maradona contro il Verona. Dopo un periodo complicato, i gialloblù sono riusciti ad ottenere 7 punti nelle ultime 4 partite. Gli uomini di Paolo Zanetti sognano il colpaccio al Maradona per allontanarsi dalla zona retrocessione.
Napoli-Verona, 12 gennaio 2025

Frank Zambo Anguissa ( FOTO SALVATORE FORNELLI )
Per il Napoli non giocano Buongiorno (infortunato) e Kvaratskhelia (ad un passo dal PSG). Al loro posto giocano Juan Jesus e Neres. Zanetti, invece, decide di affidarsi alla coppia d’attacco Sarr-Tengstedt che gioca davanti a Suslov. Indisponibili Tchatchoua e Serdar per squalifica, e Frese ed Harroui per infortunio.
I Partenopei ci mettono solo 5 minuti a sbloccare la partita. Scambio tra Di Lorenzo e Lukaku, il capitano dei Partenopei tira, il pallone rimbalza sulla schiena di Montipò dopo aver colpito il palo, ed entra in porta.
Pochi minuti dopo il gol del vantaggio, i padroni di casa sfiorano due volte il gol del raddoppio. Prima Anguissa si divora il gol davanti alla porta, poi un tiro da limite di Lukaku esce di poco. Poco dopo, il Verona ha la sua prima palla gol, con un colpo di testa di Tengstedt. Il tiro dell’attaccante danese finisce alto di poco. Alla mezz’ora di gioco arriva un’altra occasione da gol per i Partenopei. Grande giocata di Neres in area di rigore, che poi serve McTominay: lo scozzese, però, calcia alto.
Il secondo tempo inizia con tre occasioni da gol per la squadra di Conte nei primi 5 minuti. Prima Montipò manda in calcio d’angolo un tiro di McTominay, poi Faraoni salva sulla linea un colpo di testa di Rrahmani (concedendo un altro angolo), infine Rrahmani ci riprova di testa ma la palla va fuori.
Poco dopo arriva il gol che praticamente chiude la partita: scambio tra Di Lorenzo ed Anguissa che poi la passa a Lukaku, il belga la restituisce all’ex centrocampista del Fulham che, a 25 metri dalla porta, batte Montipò con un tiro potente (61′). Il centrocampista camerunense dedica il gol al piccolo Daniele, tifoso del Napoli di 12 anni scomparso la settimana precedente per un male incurabile.
Dopo il gol del 2-0, la partita non regala particolari emozioni oltre una parata di Meret su Kastanos, e un tiro di Ngonge da fuori area. Con questa vittoria, dunque, i Partenopei vanno a +4 sull’Inter, che però ha 2 partite in meno da giocare.
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Il peso delle scelte tattiche durante una partita di calcio
Durante una partita ogni scelta dell’allenatore può cambiare tutto: dati, analisi e istinto aiutano a capirle, ma il calcio resta imprevedibile.
Sabato sera guardavo Atalanta-Napoli. Sessantacinquesimo minuto, 1-1, Gasperini toglie un centrocampista e mette un attaccante. Dieci minuti dopo l’Atalanta segna e vince. Mio padre mi fa: “Vedi? Ha azzeccato il cambio”. Ma era davvero quello giusto? O semplicemente è andata bene?
Questo è l’interrogativo che mi pongo ogni volta. Le scelte tattiche dell’allenatore – quando cambiare, chi mettere, come modificare il modulo – pesano tantissimo sul risultato. Ma quanto? E come capire se una scelta era giusta anche quando va male? Il bello del calcio moderno è che adesso possiamo analizzare queste decisioni con strumenti impensabili fino a pochi anni fa. Piattaforme come spinfin permettono di scomporre ogni scelta tattica nei suoi elementi fondamentali, mostrando con dati concreti l’impatto reale di una sostituzione o di un cambio modulo sul flusso della partita. Ma anche con tutti i dati del mondo, a volte è solo istinto. E fortuna.
Quando tutto si decide in panchina
Gli allenatori dicono che “la partita si prepara durante la settimana”. Vero. Ma poi arrivi a sabato e il trequartista ha la febbre. Oppure l’avversario schiera un modulo diverso. E devi decidere. In trenta secondi. Milan-Inter di due anni fa. Pioli aveva preparato tutto. Inzaghi a sorpresa mette Calhanoglu trequartista. Pioli deve cambiare. Modifica marcature, sposta Bennacer, blocca Theo. Cinque minuti. Il Milan perde 3-0.
Colpa sua? Difficile dirlo. Forse sarebbe andata peggio. Ma questo è il peso delle scelte – le fai, vedi il risultato, tutti giudicano. Vinci, sei un genio. Perdi, sei un incompetente. Nel calcio moderno gli allenatori hanno troppo da gestire. Non solo il modulo. Distanze, pressioni, movimenti senza palla. Cambia ogni tre minuti. E tu devi vedere tutto, capire tutto, correggere tutto. In tempo reale.
Le sostituzioni che cambiano le partite (o no)
| Tipo di sostituzione | Momento | Rischio | Impatto |
| Difensore per attaccante | 60°-75° | Altissimo | Può vincere o crollare |
| Attaccante per attaccante | 70°-80° | Basso | Dipende dalla forma |
| Centrocampista tattico | 55°-65° | Medio | Cambia equilibrio |
| Cambio per infortunio | Quando capita | Variabile | Destabilizza |
| Tripla sostituzione | 60°-70° | Medio-alto | Ridisegna |
Ogni allenatore ha il suo timing. Alcuni aspettano il 60° come regola. Altri cambiano al 45°. Non esiste scienza esatta. Mourinho aspetta l’80°, a volte l’85°. Se tiene, non toccare. Gasperini fa quattro cambi tra 60° e 70°. De Zerbi cambiava a metà primo tempo.
Chi ha ragione? Entrambi. Dipende dalla partita, dal momento. È scienza o arte? Un mix. Ci sono dati – chi ha corso di più, chi cala, quale zona è scoperta. Ma serve istinto. Quella sensazione che dice “adesso cambio” anche se i numeri dicono no. Il Napoli vinceva con sostituzioni assurde. Toglieva Kvara per Elmas. Proteste. Poi Elmas segnava. Fortuna? Programmazione? Feeling? Tutte e tre.

Eljif Elmas ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Quando il piano A salta e serve il piano B
Il calcio moderno ti obbliga ad avere piani alternativi. Perché quello che prepari raramente funziona. L’avversario fa qualcosa di inaspettato. Un giocatore si fa male. Prendi un gol dopo cinque minuti. E devi improvvisare. Gli allenatori migliori sanno reagire. Guardiola ne è il maestro. Cambia modulo tre volte in una partita. Parte 4-3-3, passa a 3-2-5 in attacco, si chiude 4-4-2 quando difende. Tutto fluido, tutto studiato.
Ma serve coraggio. Cambiare modulo è rischioso. Confonde i giocatori, rompe equilibri, crea buchi. Spesso gli allenatori preferiscono perdere con il loro piano piuttosto che rischiare modifiche improvvisate. Poi ci sono momenti di follia tattica. Zeman che sotto 2-0 toglieva un difensore per un attaccante. Bielsa che faceva pressing totale anche 3-0 sotto. Scelte suicide. A volte funzionavano, a volte no. Ma erano coerenti.
Io rispetto questi allenatori più dei pragmatici. Hanno il coraggio delle idee. Anche quando perdono, perdono alla loro maniera. Non come certi che cambiano sistema ogni settimana.
Il calcolo impossibile della scelta giusta
Il problema vero: non puoi mai sapere se hai fatto la scelta giusta. Vedi solo il risultato. E il risultato dipende da mille fattori che non controlli. Fai una sostituzione sensata. Il giocatore sbaglia un gol. Colpa tua? Tecnicamente no. Praticamente tutti ti danno dell’incompetente. Oppure fai un cambio assurdo, funziona per caso, e diventi genio. Ma era una cazzata. Hai avuto culo. Chi può dirlo? I dati aiutano ma non risolvono. Vedi che il centrocampista ha corso meno. Lo sostituisci. Ma magari nei prossimi dieci minuti la sua esperienza sarebbe stata determinante. Come saperlo?
Le scelte tattiche sono scommesse continue. Informazioni parziali, analizzate in tempo reale, risultati dopo trenta secondi. Zero possibilità di tornare indietro. Gli allenatori che ammiro ammettono gli errori. “Ho sbagliato il cambio”. Oppure: “Ha funzionato ma non ero sicuro”. Questa onestà è rara. Il peso lo portano loro. Noi dalla poltrona diciamo quello che vogliamo. Loro decidono. In cinque secondi. Con milioni che guardano. Un risultato che può costarti il posto. Non invidio il loro lavoro. Ma lo rispetto. Ogni partita è un esame pubblico. Non esistono risposte garantite. Solo scelte, conseguenze, e speranza di aver fatto il meglio.
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