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Torino torna a lavoro: assenze importanti

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Il Torino ha ripreso ieri gli allenamenti dopo la pausa natalizia, alcuni giocatori assenti per infortunio, Covid e convocazione alla coppa d’Africa.

Torino

Ivan Jurić ieri ha fatto riprendere gli allenamenti alla squadra in vista del primo match dell’anno nuovo considerando che il Torino affronterà l’Atalanta a Bergamo il prossimo 6 Gennaio.

Nella mattinata giocatori e staff hanno effettuato i tamponi per scongiurare altri contagi e nel pomeriggio, chi è risultato negativo, ha preso parte regolarmente alla sessione di allenamento.

Purtroppo Simone Verdi, che ha contratto il virus nei giorni di Natale, non sembra essere l’unico positivo al Covid-19.

L’attaccante del Torino, prima della sosta, faceva del lavoro personalizzato e non di gruppo, perché in via di recupero dall’ennesimo infortunio della stagione, motivo che probabilmente ha limitato il focolaio ad altre due persone.

La società granata infatti ha comunicato che un altro giocatore ed un membro dello staff sono risultati positivi dopo i tamponi effettuati ieri mattina, ancora non ci è dato sapere se si tratti di un calciatore della prima squadra.

Torino: ancora out il Gallo ed Aina in Africa

L’allenatore Croato dovrà privarsi del suo attaccante di punta Andrea Belotti ancora a lungo, infatti il rientro rimane fissato non prima della seconda metà di gennaio e nella giornata di ieri ha effettuato le terapie di recupero come Berisha.

Il terzino sinistro Ola Aina invece ha lasciato gli alloggi di Torino per la convocazione ricevuta dalla Nigeria per la Coppa d’Africa, quindi non sarà a disposizione di Jurić per tutta la durata del torneo.

Il difensore Nigeriano è un titolare indiscusso della formazione dei Granata, così come il Capitano Belotti e per il tecnico non sarà facile sopperire alle loro assenze.

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Annuncio Juventus, cosa succede il 16 luglio

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Juventus Yildiz

Nella giornata odierna, la Juventus ha pubblicato sui propri canali social un video enigmatico in cui si intravede un astronauta: presumibilmente Kenan Yildiz.

Circolavano già da un po’ voci riguardanti la possibile assegnazione delle maglia numero 10 a Kenan Yildiz e ora sembra che quel giorno sia finalmente arrivato.

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Una ventata d’aria fresca in casa Juventus

Un’astronauta con una tuta della Juve, ad un tratto un viso che viene scoperto a metà. Appare come una ventata d’aria fresca l’annuncio fatto sui social bianconeri. Il volto rappresentato nel video annuncio è quello di Yildiz che si appresta a ricevere la maglietta numero 10.

 

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La cara vecchia 10

Juventus

Del Piero alla Milan Games Week

Mancava da un po’ in casa Juve la cara e vecchia numero 10. Un numero generazionale, che è poi l’essenza del calcio. Andrà quasi sicuramente a Kenan Yildiz, giovane talento che ha già mostrato lampi di classe e promette di riportare la magia di quel numero leggendario ai tifosi bianconeri.

La decisione di assegnare la 10 a un giovane giocatore rappresenta una scommessa sul futuro e una fiducia nella capacità di Yildiz di diventare un punto di riferimento per la squadra.

L’entusiasmo per la nuova stagione

Speranzosi che Yildiz possa emulare le gesta dei grandi del passato che hanno indossato quel numero, la scelta di puntare su un giovane promettente come il turco segna un nuovo capitolo per la Juventus.

Un mix di tradizione e rinnovamento, che potrebbe portare a grandi soddisfazioni. La maglia numero 10 non è solo un numero ma un simbolo di creatività, leadership e carisma sul campo.

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Il rapporto profondo tra Frosinone e Serena Mollicone

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Sono passati anni dall’omicidio di Serena Mollicone, uno dei casi di cronaca nera più controversi della storia italiana. A Frosinone nessuno ha dimenticato.

Al processo di appello è stata confermata l’assoluzione per la famiglia Mottola. Stesso verdetto confermato del processo di primo grado. Assoluzione anche per i carabinieri Francesco Suprano e Vincenzo Quatrale.

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Frosinone in cerca di verità

Per anni la verità sull’omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne uccisa ad Arce nel 2001, è sembrata troppo pesante per essere rivelata. Ancora oggi, dopo oltre vent’anni, la vicenda rimane avvolta nel mistero, con più ombre che luci.

Questa non è giustizia

“Questa non è giustizia,” ha commentato Consuelo Mollicone, sorella di Serena, esprimendo la sua delusione per la sentenza di assoluzione. Anche lo zio di Serena ha dichiarato: “Perseguiremo la giustizia fino in fondo”.

“Come familiare di Serena ho il dovere di fare in modo che la giustizia e la verità emergano perché mi sembra che non siano ancora emerse. Noi andremo fino in fondo affinché si persegua la giustizia,” ha ribadito Antonio Mollicone, zio di Serena.

“Sono delusa,” ha detto Maria Tuzi, figlia del brigadiere Santino Tuzi: morto suicida sette anni dopo la morte di Serena Mollicone. Santino Tuzi aveva rivelato alla Procura di aver visto Serena entrare nella caserma di Arce, un momento considerato pregnante nella vicenda. “Gli elementi c’erano tutti” ha ribadito Maria all’agenzia Dire. “I testimoni hanno parlato, hanno detto cose importanti. Si poteva chiudere il cerchio”.

Frosinone

Frosinone, una terra umiliata ma allo stesso tempo unita

La richiesta di giustizia per Serena non arriva solo dai suoi familiari. Tutta la Ciociaria si è unita nel chiedere chiarezza. I tifosi del Frosinone, da sempre vicini alla causa così come tanti comuni ciociari, hanno esposto striscioni e messaggi di sostegno per Serena.

Anche a Latina, storica rivale calcistica di Frosinone, è stato deposto un atto di pace in segno di rispetto per la giovane vittima. Nel 2021 striscioni con la scritta “Serena vive” sono comparsi a Frosinone, vicino a viale Mazzini, e a Latina, presso lo stadio Domenico Francioni.

Della Nord di Frosinone un messaggio secco e senza mezzi termini si è diffuso in buona parte delle curve italiane. Un messaggio che non ha voluto entrare nel merito, ma che si è posto come solo ed unico obiettivo quello di ricordare una ragazza innocente che ancora oggi non ha ricevuto la giustizia che merita.

Da Arce a Frosinone, passando per Latina, Valle Corsa, Sora, Arnara e così via: nessuno si è ancora voluto arrendere. Serena Vive, ma forse la giustizia e le istituzioni un po’ meno.

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Copa America nel caos, tragedia sfiorata

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Copa America

Copa America nel caos. Il match tra Argentina e Colombia ha subito un ritardo di un’ora e un quarto a causa di disordini all’esterno dell’Hard Rock stadium.

A Miami si è sfiorata la tragedia. Una notte che preannunciava grande spettacolo e grande calcio stava per costare caro a migliaia di tifosi, riuniti fuori dall’impianto designato per l’ultimo atto di Copa America.

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Le dinamiche

Per capire meglio cosa sia realmente successo dovremmo andare a ritroso. I tifosi colombiani, più di 30.000 di cui la maggior parte di loro sprovvisti di biglietto, si sono presentati all’entrata dell’Hard Rock Stadium con l’intenzione di assistere al big match.

I primi incidenti si sono registrati quando centinaia di tifosi a sostegno dei Cafeteros hanno tentato di entrare nello stadio, abbattendo le transenne. Scene incredibili in quel di Miami.

Alcuni supporters hanno perfino cercato di intrufolarsi all’interno della struttura, passando tramite l’impianto di ventilazione.

 Copa America, una tragedia sfiorata

La risposta della polizia è stata quella di chiudere i cancelli. Così facendo, però, sono rimaste interdette anche persone con regolare tagliando. Una vera e propria tragedia sfiorata, che poteva costare caro.

Ci sono state vere e proprie scene di panico, con tifosi di ambo due le parti che sono svenuti per la pressione della folla. Decine di tifosi arrestati nella ressa e altri che hanno devastato alcune zone adiacenti all’Hard Rock Stadium.

Parametri di sicurezza o inefficienza culurale?

Forse i parametri di sicurezza messi in atto dalla polizia statunitense (non certo tra le meno organizzate) non avevano previsto un afflusso del genere. Possiamo parlare di inefficienza culturale? Sicuramente mancava un prefiltraggio prima dei tornelli che conducono all’interno dello stadio, come avviene abitualmente in Europa anche per partite di minore importanza.

Forse l’organizzazione dell’evento non era preparata all’ondata di tifosi sudamericani che si sarebbero riversati lì per assistere all’evento. Ovviamente in America il calcio non è uno sport così seguito, ma sappiamo bene come le cose cambino spostandosi un po’ più in giù nel continente.

Copa America

Copa America, lascia a desiderare l’organizzazione della finale

È evidente che l’organizzazione non aveva tenuto conto della passione travolgente e dell’entusiasmo dei tifosi sudamericani, abituati a vivere il calcio come una vera e propria religione.

Inoltre, i biglietti avevano un costo medio di circa 1000 dollari: sicuramente un prezzo non consono ad uno sport popolare come il calci0. La sottovalutazione dell’affluenza e l’inefficienza nel gestire l’arrivo massiccio di tifosi hanno portato ai disordini e al conseguente ritardo dell’inizio della partita.

In situazioni come queste è fondamentale non solo avere misure di sicurezza adeguate, ma anche una comprensione culturale delle dinamiche che caratterizzano i tifosi di diverse nazionalità. La passione e l’intensità con cui i sudamericani seguono il calcio sono elementi che non possono essere ignorati.

L’evento mette in luce l’importanza di una pianificazione accurata, che tenga conto non solo degli aspetti logistici e di sicurezza ma anche delle peculiarità culturali dei partecipanti. Soprattutto in vista dei Mondiali 2026, che saranno ospitati proprio nel Nuovo Continente.

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