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Julio Velasco: la dittatura, il volley Jesi e la conquista del mondo
“Senza Jesi non sarei stato tutto questo”, parola di Julio Velasco, emblema di vita e di sport, celebrato nella sua Jesi in queste ore. Un ritorno emozionante nella città del Verdicchio, insieme a tutti i componenti del suo primo storico club italiano (Jesi, 1983, serie A2): domenica mattina ‘relatore’ nella sua prima palestra italiana (la Carbonari), poi tutti a pranzo col ‘Re Mida del Volley‘. “Di Jesi ricordo le tagliatelle, le olive con la coca cola ma anche una gente molto ospitale”, ci aveva detto anche in una recente intervista. Certamente una storia emozionante, partita 41 anni fa in Italia dalla città di Jesi, a tratti difficile da raccontare, ma che racchiude fortissimi gioie ed emozioni. Dall’Argentina all’Italia, sfuggito al regime dittatoriale e violento di Jorge Videla. Quel lungo viaggio in Sicilia alla guida del suo primo club italiano (Jesi – regione Marche) e la sosta-relax nei magnifici giardini di Catania nel lontano 15 ottobre 1983. Julio Velasco (il nome una garanzia, ex dirigente di Inter e Lazio) inizia a muovere i suoi primi passi a La Plata, in Argentina. Comincia a giocare a pallavolo e ad allenare le selezioni giovanili durante la sua frequenza al Liceo Nacional. Negli anni vissuti alla Facoltà di Filosofia. Università che fu presto costretto ad abbandonare (con 6 esami rimasti alla laurea) a causa della repressione dei militari golpisti sugli studenti antifascisti. La storia del primo Velasco di Jesi (serie A, 1983) viene raccontato nel dettaglio nel libro Happy Hour da fuoriclasse al barTocci. Andiamo ora a scoprire qualche ‘pillola’ di saggezza.
All’università venne tolto a Velasco il ruolo di precettore (assistente specialistico in affiancamento ai docenti) in quanto l’ultra-destra decise di rimpiazzare tale figura con militanti della destra più estrema. L’adesione per alcuni anni al Partito Comunista Argentino condizionò assai l’adolescenza e il cammino di Velasco.
Una sorta, per così dire, di “discontinuità evolutiva” dovuta proprio alla persecuzione del regime fascista che si era radicato nel paese sudamericano. Nel 1974-75 a La Plata numerosi amici di Velasco si erano trasformati in cadaveri pieni di sangue, tra cui un suo caro compagno anarchico. E un’altra persona nascostosi a casa di Julio prima di essere catturato dal regime poliziesco.
Non per caso gli anni Settanta vennero definiti come gli anni della guerriglia, dei desaparecidos. In aggiunta il fratello minore di Velasco Luis scomparse per due mesi, stando a testi da noi analizzato, dopo essere stato prelevato dalle forze militari. L’atmosfera in quei luoghi era davvero surreale: continui colpi di stato (quello del ’76 il più feroce), ci si svegliava all’alba e all’improvviso si sentiva la musica militare alla radio. Emblema di quel regime dittatoriale era Videla.
Momenti che ancora oggi Velasco ricorda drammaticamente, anche tramite pagine di quotidiani – più o meno recenti – che abbiamo avuto modo di rintracciare. Tra le vicissitudini segnalate torture, sparatorie, fucilazioni, eliminazioni fisiche e in particolar modo l’episodio di un amico che diede a Velasco la notizia che suo fratello era stato preso. Aveva poco più di 20 anni, studiava a medicina. Anche Julio Velasco venne preso dal regime durante alcune manifestazioni. Venne picchiato, ma per fortuna riuscì a scamparsela, altrimenti non sarebbe potuto diventare il grande personaggio che è oggi.
JULIO VELASCO TRA DESAPARECIDOS, VIOLENZE, PAURE E LIBERTA’ DA CONQUISTARE
Certamente, nella peggiore delle ipotesi, Velasco avrebbe potuto alimentare la lunga lista degli scomparsi. I cosiddetti desaparecidos, in tempi di dittatura targata Videla (o più esattamente dal 1976 al 1983), venivano quantificati in più di 30.000 unità, con oltre 500 neonati appropriati. In data 24 marzo 1976, nella città di Buenos Aires, il governo di Isabelita Perón viene destituito da un golpe militare comandato dal violento generale Jorge Rafael Videla. È l’inizio della storia della dittatura civico-militare in Argentina.
La dittatura vigente targata Videla e la pressione continua del controllo di polizia obbligarono, dunque, Julio Velasco (che intanto aveva perso il padre e visto il fratello più grande, militante di sinistra, fuggire in Spagna) a lasciare La Plata per insediarsi a Buenos Aires. Una località-rifugio in cui era molto più semplice nascondersi e dove presto Velasco iniziò un’altra vita. Dalla filosofia alla pura attività lavorativa di allenatore intesa anche come impronta educativa. Con la Ferrocarril Oeste insegna volley ai giovani e presto vince 4 campionati consecutivi dal 1979 al 1982.
Agli inizi degli anni Ottanta è vice-manager della squadra nazionale maschile argentina, con cui vince la medaglia di bronzo ai mondiali. Come riporta un articolo di Repubblica risalente all’aprile 1995, negli anni del Ferrocaril Oeste Velasco conobbe un grande amico, Daniel Alfredo Tarando. Egli nella metà degli anni Ottanta fu Entrenador Jefe del Equipo Superior Masculino de Serie A con la “Libertas San Cristóforo Catania” in Sicilia. Militò inoltre come manager anche sulla stessa società di Velasco, la Ferrocaril Oeste.
“Ricordo le nottate interminabili quando, giovani e squattrinati, facevamo le ore piccole nel bar del club, l’unico che ci facesse credito”, si legge sul pezzo che abbiamo rintracciato di 26 anni fa. “Chiacchiere infinite su pallavolo, politica e dirigenti. Ascoltare Julio è sempre stato un piacere. E’ intelligentissimo, è nato per fare l’allenatore. Quando, guardando un ragazzino, diceva: quello lì non arriverà a niente. Oppure, quello ha la stoffa da campione, ci azzeccava sempre. In Italia, adesso, lui è Gardel”.

Julio Velasco a Catania (1983 – libro Happy Hour da fuoriclasse al barTocci di Daniele Bartocci)
LE MADRI DI PLAZA DE MAYO E I MONDIALI ’78 IN ARGENTINA
La presa del potere da parte della troupe militare del generale Jorge Rafael Videla e l’applicazione più estrema del concetto di terrorismo, incentrato sulla detenzione in luoghi segreti, repressioni, ebbero ripercussioni significative nei vari campi della quotidianità politica. E anche nel sociale del popolo argentino, andando a creare “polveroni” e stravolgimenti nell’organizzazione del campionato mondiale di calcio. Campionato disputato in Argentina nel 1978 e vinto dalla nazionale di casa il 25 giugno di oltre 42 anni fa. Un mondiale divenuto simbolo di torture, di desaparecidos.
Un mondiale visto come strumento di oppressione, di occultamento della realtà, di doping, di propaganda politica, finalizzato anche a far dimenticare al pianeta globale le Madri di Plaza de Mayo. Si tratta delle madri dei figli scomparsi che ogni giovedì marciavano nella piazza centrale di Buenos Aires con un cartello o un fazzoletto bianco con l’immagine o nome del desaparecido.
Quelle madri che si recavano costantemente al ministero competente per chiedere notizie riguardo ai propri figli ma alle quali veniva risposto con un irrisorio “Saranno scappati di casa”. I nomi dei loro figli non compariranno più in nessun registro.
Insomma, la repressione colpiva con “anonimi” e inaspettati sequestri specie notturni, senza alcuna pietà o distinzione, versando enorme violenza verso tutti coloro che non erano allineati al “regime del crimine”. Si partiva dalle organizzazioni di sinistra e dai peronisti fino ad arrivare a movimenti sindacali e studenteschi.
Con i mondiali di calcio, la cui spesa per l’organizzazione da parte di Videla veniva stimata in oltre 500 milioni di dollari, il collettivo militare argentino finì per rafforzare il proprio autoritarismo. Il tutto esaltando ancora di più il valore del nazionalismo. In un estratto del volume cartaceo “Pallone desaparecido. L’Argentina dei Generali e il Mondiale del 1978”, firmato Alec Cordolcini, vengono enfatizzate le peculiarità della nazione argentina, alle prese con movimenti populistici alternati ad azioni armate.
Si rifletta anche sul fatto che, di fronte alla spesa ingente da sostenere per l’organizzazione della massima competizione internazionale, l’ex Generale Omar Actis (contrariato) venne ucciso senza pietà. Il suo cadavere venne ritrovato all’interno della propria auto, crivellato di colpi. L’ennesimo atto di crudeltà, l’ennesima violazione dei diritti umani.
VELASCO SCESE IN STRADA A FESTEGGIARE MA…
E a proposito di vittoria del mondiale 1978, Julio Velasco e sua moglie quella sera scesero in strada a festeggiare lo straordinario successo, ma solo per pochissimi istanti. Le persone venivano torturate in loco, ammazzate con inaccettabili gesti pieni di crudeltà, orrore, odio. Quello che non vorremmo mai vedere al giorno d’oggi E Julio Velasco, oggi più che mai, rappresenta un esempio morale, civile e non soltanto sportivo.
Un personaggio coraggioso, che è riuscito a diventare uno dei manager più vincenti della storia internazionale. Andato via di casa a poco più di 18 anni con una grande paura di essere deportato e mantenendosi inizialmente con le proprie forze. “La libertà è giusta ma va conquistata”, non lo ha mai nascosto Julio Velasco.
Coraggio, esaltazione dei principi di libertà, ingegno, carisma, moralità, generosità esaltano a nostro modo di vedere la personalità di Julio Velasco, elementi che si inizieranno a intravedere sin da subito in Sicilia, terra del debutto in campionato del grande Julio in Italia alla corte di Jesi.
1983, L’ANNO DELL’EMIGRAZIONE DI UN LEADER CHIAMATO JULIO VELASCO
Dall’Argentina, regime di colonnelli e ritenuta originariamente terra di immigrati, Velasco emigrò in Europa nell’anno 1983. Esattamente in Italia, a Jesi, come primo allenatore della Tre Valli Volley in serie a2. L’emigrazione in Europa, a quell’epoca per il popolo argentino, suonava come pura realizzazione di un’utopia. Julio Velasco arrivò nella zona della Vallesina (Jesi) dall’altra parte del mondo, sbarcando in aeroporto senza bagaglio. E portando con sé poco più dei vestiti che aveva addosso. Capello con frangetta spostata a destra, mani in tasca durante le prime foto di rito.
Abbiamo a tal punto il piacere di riportare alcuni momenti salienti raccontati dalla Gent.ma Signora Anna Virginia Vincenzoni Casoni. Si tratta della moglie dell’indimenticato patron della società jesina di A2 Sandrino Casoni (stagione 1983-84). “Velasco per il primo mese rimase a casa nostra, dove mangiava e dormiva, innamorandosi della cucina italiana, in particolar modo delle tagliatelle di mia suocera. Voleva con forza far arrivare in Italia anche quella che allora era sua moglie, Nora, e le sue figlie, Lucrezia e Veronica.
Quando arrivarono si trasferirono prima in una casa a Pianello, sopra una farmacia, poi in un appartamento a Jesi. A Jesi la sua vita era interamente dedicata alla pallavolo e alla palestra. Aveva vissuto forte esperienze personali in Argentina, in un periodo di dittatura.
Ma ora Julio viveva di quello e per quello, parlava di pallavolo e di giocatori, visionava numerose cassette, studiava e analizzava nel dettaglio gli allenamenti e gli avversari. Non credo facesse molta vita mondana all’infuori di questo. Ma rammento anche del suo personaggio che mi colpirono certe sue attenzioni ed eleganze nel comportamento e nell’atteggiamento, ad esempio nei confronti della moglie. E rimembro ancora una vacanza ad Ortisei, delle nostre due famiglie insieme, nella stagione estiva 1984”.
Un club blasonato all’epoca, quello jesino, che sarebbe potuto diventare la Lube Civitanova dei giorni d’oggi. Nella stagione 1983-84, infatti, con l’arrivo di Julio Velasco, a Jesi (An) stava nascendo davvero qualcosa di straordinario. Ce lo ha confessato Beppe Cormio, attuale DG Lube Civitanova ex campione del mondo e scopritore con Sandrino Casoni, allora Presidente jesino, di Velasco.
In questa stagione il collettivo di Julio Velasco, da matricola assoluta nel secondo campionato nazionale, si piazzò al secondo posto in classifica dopo aver conquistato un lungo primato di imbattibilità durante la prima fase della regular season.
Ma anche nei momenti più delicati di tale stagione Julio Velasco riuscì ad esprimere al meglio tutta la sua mentalità e motivazione, senza “prendere troppo sul serio” la probabilità e la matematica. “Nei momenti più difficili devo pensare alla strada da seguire per poter vincere, dunque non ho tempo di considerare la possibilità di perdere”. Nella stagione successiva (84/85), la seconda e ultima di Velasco a Jesi prima di passare a Modena, i leoncelli si classificarono quarti al termine di una stagione condotta a buoni ritmi.
Il primo anno italiano di Julio Velasco? Nel suo primo anno italiano, a Jesi nel 1983, Velasco guadagnava qualcosa come 500 euro al mese. “Velasco arrivò a Jesi dando l’impressione di essere uno che poteva fare molta carriera”, ci ha raccontato il manager jesino Beppe Cormio. “Julio era un soggetto intelligente e caparbio, che è riuscito negli anni a fare la storia dello sport mondiale.
Un aneddoto particolare che possiamo segnalare è che nella stagione 1983-84 uno ‘spaesato’ Julio Velasco riuscì a demolire un’auto societaria, nella zona di Fabriano, mentre si stava recando a Roma da un suo conoscente. La guida non era certamente il suo forte”.
La trasferta del 15 ottobre 1983 a Catania, terra molto difficile allora, segnò il debutto ufficiale di Julio Velasco nella panchina del Tre Valli, nel campionato di A2. Martedì 4 ottobre 1983, alle ore 18, l’amministrazione comunale ricevette le squadre di pallavolo Tre Valli Volley e Vasas Budapest. Alle ore 21 dello stesso giorno le due squadre disputarono alla Carbonari un’interessante amichevole vinta per 3 a 2 da Velasco.
Di certo a portare buoni frutti dal punto di vista fisico e tecnico c’erano l’attrezzata palestra Body Line, in cui coach Velasco portava i suoi tre volte alla settimana stravolgendo le attività di routine, e il caloroso parquet della Palestra Carbonari. “Sono venuto qui, a Jesi, per fare grandi cose“, affermò Julio Velasco nelle prime interviste rilasciate a Jesi, che ancora oggi custodiamo gelosamente. “Per questo motivo sto lavorando sulla testa dei ragazzi, svolgendo una preparazione fisica molto impegnativa“.
“Credo che per il debutto in campionato del 15 ottobre a Catania saremo in perfetta forma. L’unica incognita potrà nascere dall’inesperienza di alcuni giovani, ma in linea di massima sono fiducioso anche per i più piccoli, che saranno chiamati a rispondere al meglio alle mie sollecitazioni”.
Coach Velasco aveva rivoluzionato in lungo e in largo i metodi di allenamento – valutando parametri del tutto innovativi come passi e movimenti “stile tango argentino”. Il tutto andando oltre la solita razione di esercizi ginnici alternati al lavoro con la palla per il perfezionamento della tecnica individuale.
“Spettatore costante e motivatore aggiunto – si legge in un estratto del libro Happy Hour da Fuoriclasse al Bartocci scritto nel 2021 dal giornalista Daniele Bartocci – delle varie sessioni di allenamento lo staff dirigenziale del Volley Jesi, non soltanto Beppe Cormio. “Anche l’indimenticabile patron Sandrino Casoni, bensì il ragionier Conti, Cesare Guidi e l’intero staff tecnico”. Tutti avevano creduto fortemente sulle doti umani e intellettuali di Julio Velasco, portandolo a Jesi dall’Argentina.
L’attesa e la trepidazione crescevano giorno dopo giorno: era sempre più vicino l’esordio da matricola nel campionato di serie A2 (il secondo campionato nazionale) in programma il 15 ottobre 1983 a Catania contro una squadra molto attrezzata a livello di organico. E non per caso scudettata. I siciliani infatti si fregiarono del titolo di Campione d’Italia al termine della stagione sportiva 1977-78.

Julio Velasco contro l’amico Beppe Cormio in un Lube Civitanova-Modena di qualche anno fa
Julio Velasco alla ribalta: l’ultimo allenamento prima del debutto italiano
Coach Julio Velasco aveva insistito sugli schemi offensivi con i sei uomini scelti come titolari ovvero Giannini, Kantor, Esposto, Petrelli, Wagenpfeil e Fanesi, lavorando sulla concentrazione e sulla forza mentale dei singoli. Il piano di Prof. Julio Velasco, implementato alla vigilia della trasferta siciliana, si rivelò vincente e caratterizzato da un pragmatismo strategico. La Tre Valli ottenne una vittoria in uno dei campi più ostici del campionato al termine di 3 parziali. 10-15, 7-15 e 11-15.
“Una grande vittoria fatta di passione, concentrazione e grande determinazione, in attesa dell’esordio tra le mura amiche di Julio Velasco il sabato successivo contro l’Accademia Roma”. Le rassegne stampa d’epoca a nostra disposizione elogiarono la prova tattica dei ragazzi di Velasco e la maturità mostrata dal tecnico al suo debutto nel nostro paese. Una nota di colore meritevole di essere segnalata è che la società catanese non mise a disposizione degli jesini né il palas né altra struttura sportiva per far disputare l’allenamento mattutino di rifinitura come richiesto da Velasco, coadiuvato dal vice-coach Alberto Santoni.
SOTTO IL SOLE DEI GIARDINI DI CATANIA: UNA SOSTA INDIMENTICABILE
Il tecnico argentino portò a tal punto il suo collettivo ai giardini di Catania, considerata la splendida giornata di sole. Lì venne effettuata una normale seduta atletica. Ciò a dimostrazione della professionalità e della serietà con cui Velasco svolgeva il suo lavoro. Anche in occasione della gara di San Giuseppe Vesuviano, la squadra jesina (che dormiva a Caserta) non ricevette strutture sportive adeguate per poter effettuare l’allenamento.
Cosa si inventò in questo caso Julio Velasco? Dopo la colazione del mattino, il tecnico argentino portò ad allenare la sua squadra all’interno della sala da pranzo dell’albergo. Giocatori e staff furono chiamati a spostare in fretta i tavoli della sala. Fu una seduta di allenamento faticosa ma soprattutto alternativa e all’insegna del “superamento degli ostacoli”.
Focalizziamoci ora su un particolare aneddoto, a nostro avviso molto piacevole e interessante. Durante il “magico” weekend catanese, nel pre-partita del sabato, Julio Velasco intorno a mezzanotte ‘’obbligò’’ alcuni suoi collaboratori ad andare a fare un giro per la città di Catania. Una città in cui, in prossimità del palazzetto, era appeso uno striscione (almeno così ci viene riportato) con la scritta “Abbasso gli italiani”.
Più che di leadership, in questo caso, si sarebbe tranquillamente potuto parlare di capacità da Influencer, figura-professione molto in voga nei giorni d’oggi, sorta all’interno dei nuovi modelli di comunicazione online.
Il direttore dell’hotel, posto in Via Etnea (nel centro della città), in cui alloggiava la squadra jesina, disse loro che uscire dopo cena, soprattutto a quell’ora e in una città complicata come Catania, era pericolosissimo. Velasco si fidò delle proprie idee e spronò alcuni collaboratori ad andare. Ciò sostenendo che loro avrebbero potuto visitare la città catanese altre mille volte mentre per lui quella era la prima e magari l’ultima volta.
“Io voglio uscire a mezzanotte, magari l’anno prossimo tornerò in Argentina e non vedrò mai più città italiane come Catania. Vi dico che possiamo andare. Andiamo!”, ribadì Velasco durante il pre-partita ad alcuni membri dell’équipe jesina. Abbiamo voluto citare questo particolare “siparietto” dell’annata 1983. A nostro avviso risulta molto utile enfatizzare la convinzione e determinazione di Julio Velasco nell’effettuazione delle scelte, nell’affrontare una situazione delicata.
Ma anche nel superare le difficoltà, la sua volontà nell’eseguire il compito e capacità di influenzare positivamente il proprio team, di unire gli intenti senza alcun tipo di rimpianto e con la necessaria dote di ferocia, motivazione e leadership.
Sono soltanto alcuni aspetti della vita umana sapientemente trapiantati da Prof. Julio Velasco all’interno del quadro di pianificazione strategico-sportiva. Ciò ai fini di un incremento delle performance individuali e globali, quindi a livello di rendimento definitivo degli individui nelle loro complessità. Un campione emigrato dall’Argentina e che è riuscito a fare cose incredibile. Velasco, o meglio il primo Julio Velasco di Jesi, viene raccontato nel libro di Daniele Bartocci (giornalista) Chapeau!
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Genoa, super rimonta a Marassi: 3-2 al Bologna
Dopo essere stato in svantaggio per due reti, nel secondo tempo il Genoa ha ribaltato il risultato contro il Bologna (rimasto in dieci per tutta la seconda frazione).
Una partita pazzesca quella che si è disputata a Marassi tra Genoa e Bologna. Un match in cui è successo tempo, una di quelle sfide che ci riconciliano con il calcio.
Nel primo tempo un super Bologna
La prima parte di gara tra Genoa e Bologna ha visto la squadra di Italiano approfittare delle occasioni concesse dai rossoblù genovesi. Ad aprire le marcature ci ha pensato Ferguson con un destro da fuori che non ha lasciato scampo al neo acquisto Bijlow. Il Bologna passa in vantaggio e gli uomini di De Rossi sembrano accusare il colpo: gli emiliani ne approfittano e trovano addirittura il raddoppio grazie ad un autogol di Otoa.
Nella seconda frazione la rimonta pazzesca del Genoa
La ripresa si apre con l’espulsione di Skorupski. Il Bologna resta in dieci ed il Genoa annusa le difficoltà dell’avversario: al 62esimo minuto Mailinovskij accorcia le distanze e carica Marassi. Gli emiliani non riescono a reagire e al 78esimo Ekuban con una mezza rovesciata trova il pareggio. Ma le emozioni non sono finite, perché al 91esimo minuto Messias trova la terza rete che regala il successo agli uomini di De Rossi.
Il Genoa conquista così il sesto risultato utile consecutivo, mentre il Bologna è sempre più in crisi.
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Quando una partita si decide nei dettagli: episodi chiave che cambiano il risultato
Sabato ero allo stadio per Palermo-Bari. Partita bloccata, noia mortale. Poi all’83° un cross innocuo, un difensore scivola, palla in rete.
Finisce 1-0. Tutti parlavano della rete. Io pensavo a quel momento prima del cross, quando il terzino del Bari si è fermato per legarsi la scarpa. Tre secondi che sono costati la partita.
Il calcio funziona così. Non è solo chi gioca meglio. Sono i dettagli microscopici, quegli episodi che durano un battito e cambiano tutto. E spesso questi momenti decisivi non li vedi mentre accadono – li capisci dopo. È come quando esamini una situazione complessa e ti rendi conto che il punto cruciale era celato in un dettaglio minimo, tipo quando sistemi di analisi come spinfin suddividono sequenze di gioco mostrando come un moto senza palla o una collocazione errata di mezzo metro abbiano deciso l’esito di un’azione, rendendo palese l’impercettibile che stabilisce la differenza tra trionfare e soccombere. Il calcio non è mai semplice come sembra.
Gli episodi che nessuno nota (ma che decidono tutto)
Milan-Napoli dello scorso marzo. Tutti ricordano il gol di Leao al 95°. Nessuno ricorda che due minuti prima Lobotka ha fatto un passaggio orizzontale lento. Theo ha intercettato, contropiede, gol. Quel passaggio non era un errore clamoroso. Ma è stato il momento decisivo. Un secondo di esitazione, mezzo metro in meno, e il Milan ha vinto.
Questo è il livello del calcio moderno. Non più solo gol o parate. Micro-errori, disattenzioni, dettagli che sfuggono dalla tribuna ma che gli allenatori vedono. Mio padre: “Le partite si vincono nei momenti morti”. Quando sembra che non succeda niente, si creano le condizioni per dopo. Un difensore che si sposta male. Piccole cose che dopo esplodono.
La mappa degli episodi decisivi
| Tipo di episodio | Impatto | Visibilità | Esempio |
| Errore grossolano | Altissimo | Massima | Autorete |
| Scelta tattica | Alto | Media | Sostituzione |
| Micro-errore | Medio-alto | Bassa | Passaggio impreciso |
| Calo fisico | Medio | Bassa | Non chiude |
| Episodio arbitrale | Variabile | Altissima | Rigore dubbio |
Gli episodi più visibili non sono per forza i più decisivi. L’autorete te la ricordi, ma magari è causata da un pressing che nessuno nota. Vediamo solo la punta dell’iceberg. Il risultato finale, non la catena di micro-eventi. Come un domino – vedi l’ultimo pezzo, non chi ha spinto il primo.
Gli allenatori vedono tutto. Si arrabbiano per cose insignificanti. Un giocatore che non si abbassa. Un movimento sbagliato. Roba che sulla carta non c’entra, ma che innesca la catena. Allegri era un maestro. Vedeva cose nascoste. Fermava l’allenamento per un posizionamento pericoloso quattro passaggi dopo.
Quando un secondo cambia la storia
Champions 2005, Liverpool-Milan. La rimonta. Ma cosa è scattato? Primo gol del Liverpool al 54°. Gerrard di testa. Cinque secondi prima, Nesta e Stam si parlano per decidere chi marcarlo. In quell’indecisione, Gerrard si inserisce. Da lì cambia tutto. Non per crollo tattico. Ma per crepa psicologica. Il Liverpool ci crede. Il Milan dubita.
Nell’intervallo prima dei rigori, Dudek parla con Carragher. Lo fa ridere. Un momento di leggerezza. Poi para due rigori. Caso? O quel momento gli ha resettato la mente? Questi dettagli non entrano nelle cronache ma fanno la differenza.
L’effetto domino che non puoi controllare
Il bello e il terribile del calcio: questi episodi sono quasi impossibili da prevenire. Puoi preparare tutto perfettamente, ma non controlli se un giocatore al 67° avrà un calo di tre secondi. E quei tre secondi possono costare la stagione. L’Inter del Triplete ne è la dimostrazione. Vinceva non perché non faceva errori – li faceva. Ma perché aveva una capacità assurda di limitare i danni degli episodi negativi e massimizzare quelli positivi.
Barcellona-Inter, semifinale. L’Inter in dieci dal 28°. Dovrebbe essere un massacro. Invece vince. Come? Gestendo ogni singolo episodio. Ogni fallo, ogni rimessa, ogni angolo. Mourinho aveva preparato la squadra a reagire istantaneamente. Niente panico. Questo è il vero calcio di alto livello. Non chi gioca meglio in assoluto. Chi gestisce meglio la catena infinita di micro-episodi. Chi trasforma gli episodi negativi in neutri e quelli neutri in positivi.
La lezione nascosta per chi guarda
Dopo anni a guardare calcio, ho imparato: se vuoi capire una partita, non guardare la palla. Guarda cosa succede lontano dalla palla. Guarda i giocatori negli spazi vuoti. Chi si posiziona male. Chi smette di correre tre secondi prima. Lì si decidono le partite. In quegli spazi dove apparentemente non succede niente. E quando esplode l’episodio decisivo – il gol, l’errore – capirai che era già scritto dieci secondi prima.
Il calcio non è il risultato finale. È la somma di mille dettagli invisibili che si incastrano in modo imprevedibile. Frustrante ma bellissimo. Quella scivolata all’83° che regala la vittoria al Palermo? Non è stata fortuna. È stata la conseguenza di una catena iniziata probabilmente al minuto 12, quando qualcuno ha fatto qualcosa di impercettibile. Il calcio è un domino infinito. Noi vediamo solo l’ultimo pezzo che cade.
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4 modi divertenti per cambiare la tua routine quotidiana
Sappiamo tutti quanto sia facile cadere nella monotonia. Le giornate iniziano a somigliarsi una all’altra e, prima che te ne accorga, ti ritrovi in ua routine troppo prevedibile.
La buona notizia è che cambiare routine non significa stravolgere completamente la tua vita. Bastano piccoli accorgimenti piacevoli per dare una ventata di novità e rendere ogni giorno più stimolante. Ecco alcune idee per spezzare la routine.
Rivoluziona la pausa pranzo
La pausa pranzo è spesso il momento più abitudinario della giornata — sempre lo stesso panino alla scrivania o la solita insalata al bar sotto l’ufficio. Ma non dev’essere per forza così.
Prova a fare qualcosa di diverso, anche solo ogni tanto. Trova un nuovo posto dove mangiare all’aperto, magari in un parco o in un angolo accogliente di un caffè che non hai mai provato, magari facendo una partita a un’app di bingo per rilassarti un po’.
Puoi anche usare quell’ora per qualcosa che ti fa stare bene: una lezione di yoga, una breve corsa, o semplicemente una passeggiata rilassante.
Cambiare ambiente o attività ti aiuterà a sentirti più energico e creativo per il resto della giornata.
Rendi il tragitto più piacevole
Il tragitto casa-lavoro (o viceversa) può sembrare tempo perso, ma può diventare un momento produttivo o rilassante con qualche piccolo accorgimento.
Che tu ti sposti in auto, a piedi o con i mezzi pubblici, ci sono tanti modi per rendere il viaggio più interessante.
Ascolta un audiolibro, un podcast che ti ispira o una conferenza TED al posto della solita musica o delle notizie. Ti sentirai di aver usato meglio il tuo tempo.
Un’altra idea? Prova a cambiare percorso ogni tanto. Una piccola deviazione potrebbe farti scoprire un nuovo angolo della tua città — magari un bar, una libreria o un parco che non avevi mai notato. Aggiungere un pizzico di avventura al mattino può cambiare del tutto la giornata.
Organizza una micro-avventura settimanale
La vita non dovrebbe essere fatta solo di lavoro e doveri. I weekend spesso passano senza grandi novità, ma puoi renderli più divertenti con piccole “micro-avventure”.
Non serve organizzare un grande viaggio: basta una gita fuori porta o un’attività diversa dal solito. Visita un paesino vicino, fai un’escursione in un posto nuovo o entra in un museo che non hai mai visitato. Queste brevi esperienze ti daranno qualcosa di bello da attendere durante la settimana.
E se hai poco tempo, nessun problema: le micro-avventure servono proprio a vivere esperienze piacevoli anche con poco impegno. Anche solo scoprire un nuovo percorso per camminare può sembrare un’avventura se la vivi con lo spirito giusto.
Programma il divertimento
Se tendi a mettere il divertimento in fondo alla lista delle priorità — tra lavoro, impegni e responsabilità — è il momento di cambiare approccio.
Il divertimento non è un lusso: è fondamentale per mantenere equilibrio e benessere.
Prova a inserirlo davvero in agenda, come faresti con una riunione o un appuntamento importante.
Può essere una serata con gli amici, una cena fuori o semplicemente una serata film e coperta: l’importante è avere sempre qualcosa di piacevole da aspettare.
Quando il divertimento diventa una priorità, è più facile trovare gioia anche nelle piccole cose di ogni giorno. Quindi, concediti un po’ di tempo per te — te lo meriti.
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