La Roma formato iberico si è affacciata alla nuova stagione avendo sulle spalle numerosi fardelli che, perlomeno nelle prime uscite, non sono stati in grado di rivelarsi fatali per le sorti della squadra.

Gli spagnoli nel rettangolo di gioco ed il portoghese in panchina, con doverosa menzione di nota per il bosniaco e l’armeno, sono imbattuti sul campo in campionato da 12 partite, solo il Milan ha fatto meglio, eppure il direttore dell’orchestra giallorossa è stato più volte sottoposto alla gogna mediatica attraverso insinuazioni, riflessioni e spunti spacciati per verità assolute.

Questa Roma sembra ruotare meno intorno a Dzeko e più attorno a sé stessa, sintomo di un lavoro graduale e lento partito la scorsa stagione e dell’importanza della continuità nel calcio moderno.

“La Roma che sarà”

Gli slogan esistono per far risparmiare parole a chi li pronuncia e pensieri a chi li ascolta. “La Roma che sarà” è uno di questi e negli ultimi 10 anni è stato proferito di frequente, spesso contornato da frasi di circostanza o discorsi utopistici in grado di sedurre sul momento i tifosi per poi abbandonarli a loro stessi, vittime del saliscendi emozionale che solo un amore viscerale può provocare.

L’approdo dei Friedkin sembra essere all’antitesi con tutto questo: vicini alla squadra, presenti ad ogni partita e, soprattutto, nessuna dichiarazione rilasciata. Concretezza, perseveranza e nobiltà d’animo: questi sembrano essere i tre prerequisiti della nuova proprietà giallorossa.

L’obiettivo stagionale in termini di campo è e rimarrà il quarto posto, per il quale la Roma può competere ma non lo deve necessariamente conseguire considerata l’eccelsa qualità di cui dispongono le rose avversarie. Il traguardo reale invece, se così possiamo definirlo, è dovrà sempre essere quello di creare integrità, spirito di abnegazione e compattezza tra i reparti, squadra, allenatore e società, per poi navigare all’unisono con i tifosi verso coste tutt’ora inesplorate.

 

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