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Paolo Maldini si racconta: “Mai in un club italiano diverso dal Milan. La prima coppa indimenticabile”

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milan, Maldini

L’ex difensore e dirigente del Milan, Paolo Maldini, si è raccontato ai microfoni di Radio TV Serie A soffermandosi sul passato, presente e futuro.

Paolo Maldini, ex capitano ed ex dirigente del Milan, ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di Radio TV Serie A toccando moltissimi argomenti, spaziando dal passato, al presente ed al futuro.

“Dopo cinque anni intensi dal punto di vista lavorativo ho dovuto abituarmi a un ritmo diverso, che ho avuto anche dal 2009 al 2018, da quando ho smesso di giocare a quando sono diventato dirigente”.

Milan, Maldini

Poalo Maldini si racconta

Cosa rappresenta per lei il Milan?

“Era qualcosa presente da prima che io nascessi, mio papà è stato calciatore del Milan. È la squadra della mia città, l’ambiente dove sono cresciuto. Ho iniziato a giocarci a dieci anni e ho smesso a quarantuno, va al di là del tifo o del lavoro: è estrema passione. Il rapporto che c’è va oltre le ere in cui sono passato attraverso questa grande società.

Ogni squadra può far sì che il tifoso rivendichi qualcosa di particolare, noi milanisti abbiamo un passato glorioso con delle cadute, ma alla fine è più facile che i tifosi ricordino i momenti brutti per poi tornare a quelli belli: noi in questo siamo stati maestri, i rimbalzi del Milan negli anni sono stati clamorosi”.

Ha trofei e cimeli a casa?

“Ho recentemente allestito il mio studio con le medaglie, il primo anno di Serie A ho collezionato maglie, poi ho smesso. Avevo diciassette anni, non sapevo quanto sarei andato avanti, poi ho visto che le cose andavano bene e ho iniziato a regalare cimeli. Chi mi sento oggi? Io mi considero quello che sono: Paolo. Cerco di fare la mia vita basandomi sulla fortuna che ho avuto ad avere la mia famiglia e aver incontrato le persone giuste nella mia vita.

Sarò sempre riconoscente a quegli ambienti e al Milan, mi hanno aiutato a crescere e capire tante cose della vita. Anche questa mia ultima esperienza da dirigente mi ha fatto capire quante cose non si sanno della vita stessa, quindi c’è sempre voglia di capire, conoscere e imparare: non si finisce mai, anche nel calcio”.

Lei è il custode del milanismo?

“Non lo so, di sicuro il calcio e il Milan mi hanno insegnato tanto come valori e principi: questa è una cosa di cui devi tener conto quando lavori per questo club. È qualcosa di importante che va al di là del risultato, quando si parla di una storia ultracentenaria credo che vada conosciuta, studiata e rispettata. Responsabilità nell’essere Paolo Maldini “milanista”? Non la sento, quando vado in giro mi sento Paolo e non “il milanista”.

È normale che quando la gente mi vede le domande sono rivolte al Paolo Maldini calciatore, ma credo che la gente negli anni ti apprezzi anche come persona, non solamente come calciatore, ho cercato di non scindere il calciatore dalla persona. È questione di disciplina, il calcio insegna ad avere obiettivi, devi capire chi vuoi essere”.

Ora è il momento di suo figlio Daniel…

“È un destino da cui non si scappa, la sua è stata una scelta libera, come quella di Christian, di giocare. È successo a loro quello che è successo a me: c’è un papà ingombrante, credo che soprattutto i primi anni da ragazzo vuoi giocare, divertirti ed essere uno dei tanti. Ci sono pressioni, lui e Christian sapevano a cosa sarebbero andati incontro.

Se avessi potuto cancellare questa cosa l’avrei fatto, per dare loro anni più sereni. Si divertono, lo sport è molto democratico, alla fine va avanti chi ha valori. Deve essere uno stimolo o diventa una pressione troppo forte, soprattutto oggi con i social e un’attenzione spasmodica, ai miei tempi era diverso”.

La sua passione per il calcio?

“A me piaceva il calcio, sapevo del passato di mio papà, avevo capito quello che aveva fatto. Io ero tifoso di calcio in generale, amavo la Nazionale, la prima competizione che ho visto in televisione è stato il Mondiale del ’78, una squadra composta da tanti giocatori della Juventus. Mi sono appassionato alle loro storie, seguivo la Juventus come fosse la Nazionale. Poi ho fatto un provino con il Milan e le cose sono tornate come dovevano essere.

La mia famiglia? Le prime tre figlie erano femmine e molto brave, poi sono arrivato io che ero complicato perché avevo un sacco di energia da scaricare. Sono stato un ragazzo molto vivace e curioso, in quegli anni si viveva molto per strada, che dava insegnamenti e poteva creare problemi: io mi sono mosso bene da questo punto di vista. La Milano degli anni Settanta? Se leggo la storia di Milano era un periodo molto complicato, se penso alla mia ricordo la scuola, l’oratorio e i tanti amici, non ho vissuto una Milano pericolosa.

Cos’ho imparato dalla strada? Ad avere gli occhi aperti. Gli anni Ottanta sono stati un bel periodo, sono arrivato in Serie A con la mia squadra. La combinazione calcio, moda e Milano c’era, ho avuto la fortuna di conoscere Armani, Versace e tante persone di quel mondo. Era una Milano bella da vivere, si guardava al futuro sorridendo.

Il mio rapporto con Milano? Il milanese si sente perfetto per Milano perché è una città che ti lascia vivere, va scoperta piano piano. Una volta che ci vivi inizi a scoprirla e ti fa innamorare piano piano, vedo in Milano tante caratteristiche che sono mie. Siamo simili nella discrezione, nella riservatezza nel non far vedere tutto subito. C’è anche la bellezza nascosta delle cose, a Milano ho trovato una famiglia e la possibilità di giocare in una squadra con le mie stesse ambizioni”.

Ricorda il suo provino al Milan?

“Ricordo bene quel giorno: mi accompagnò mio padre, il provino si poteva fare solamente dopo il compimento dei dieci anni, prima avevo giocato in oratorio e nei giardini. Non avevo mai giocato a 11, non sapevo che ruolo potessi fare, li facevo tutti. C’erano diversi ruoli a disposizione, sono partito come ala destra. A fine provino un allenatore mi fece firmare il cartellino. Ho fatto i primi anni l’ala destra e l’ala sinistra, poi a quattordici anni ho fatto il terzino destro. A quindici feci un’amichevole con la prima squadra del Milan e a sedici fui convocato in prima squadra.

Cos’è stato quel provino? L’inizio della mia storia col Milan, da quel momento ho scritto la mia storia. Giocando in diversi ruoli da piccolo puoi sviluppare determinate caratteristiche che poi nel calcio moderno non sviluppi più. La tattica l’ho fatta in prima squadra, è molto più facile insegnare concetti tattici che di marcatura o di dribbling, che se non impari in quegli anni non impari più. Giocare in strada e al parco è stata una fortuna, ogni singolo rimbalzo del pallone ha sviluppato in me la conoscenza di qualsiasi traiettoria del pallone. Il timing che avevo sulla palla è dovuto a carrieristiche mie e a tutti quei rimbalzi e a quelle traiettorie che ho visto nei campi irregolari.

Scuole calcio di oggi? C’è tempo per imparare la tattica e meno tempo per imparare la tecnica. Se non sviluppi disciplina in quegli anni è dura, per la tattica c’è tempo, è un’evoluzione continua. La tecnica e l’1 contro 1 farà sempre la differenza, si ritorna sempre lì. Vedevo Daniel quando ha iniziato a giocare nelle giovanili del Milan: per un anno ha avuto un allenatore che ha fatto allenare solo dribbling e 1 contro 1. È un approccio interessante, va studiata e insegnata nei settori giovanili. Capacità di tenere il pallone, non temere la pressione e provare un dribbling può essere fondamentale anche per un difensore”.

Poi l’esordio col Milan…

“Liedholm mi disse: “Malda, entri”. Sono entrato a destra e ho fatto il mio esordio. Ci penso perché ogni tanto fanno vedere qualche immagine, soprattutto il 20 gennaio sui social o in televisione. Sono legato moralmente alle relazioni che ho avuto con le persone e ai momenti. Vittorie e sconfitte mi ricordano le relazioni con le persone, non si è soli nelle vittorie e nemmeno nelle sconfitte.

Cosa mi ha insegnato Liedholm? A giocare a calcio con una visione moderna, mi disse: “ricordati di divertirti, il calcio è divertimento”. A volte ci si dimentica di questo, dovrebbe essere alla base dell’idea di uno che vuole diventare calciatore. Credo ci sia tanta passione, ognuno esprime i propri sentimenti in maniera diversa. È dura fare il calciatore, c’è una competizione con gli altri pazzesca, in tanti ci provano e il 98% fallisce. È dura, ma è anche bello: se perdi la gioia non riesci a migliorare. Ogni calciatore sa che quella è passione e gioia.

Cosa mi ha tolto il calcio? Magari un pezzo di gioventù quando da ragazzo non uscivo mai di sabato e di domenica perché dovevo giocare. Ma si può dire che il calcio mi abbia tolto qualcosa? No, lì è iniziata la mia disciplina e l’idea del sacrificio. Mi sono sentito realizzato in una cosa che volevo fare, ma non posso dire che il calcio mi abbia tolto qualcosa. Forse l’abilità fisica, finita la carriera sono riuscito a giocare con gli amici per tre/quattro anni qualche partita di Legends, ma poi sinceramente è impossibile per me correre. Riesco a giocare a tennis, non mi dà molto fastidio, ma calciare un pallone mi fa male, potrebbe essere pericoloso”.

Il suo rapporto con Silvio Berlusconi?

“Ha portato un’idea moderna e visionaria del calcio e del mondo in generale. Ricordo il primo discorso, eravamo in una sala a pranzo a Milanello e ci disse che voleva vederci giocare il miglior calcio del mondo, giocando allo stesso modo sia in casa che fuori. Era convinto che saremmo diventati presto campioni del mondo, arrivò a stagione in corso, ma dall’anno dopo cambiò tutto: palestra, alimentazione, Milanello, allenatore diverso e nuovi preparatori atletici.

Era tutta farina del suo sacco: aveva già immaginato una struttura adatta per andare a competere con le migliori squadre al mondo. C’è sempre tanta diffidenza per l’imprenditore che entra nel calcio. È stato forse più difficile quando ha preso Sacchi, è stato il vero stravolgimento calcistico. Tutto il resto intorno a noi era fatto per farci crescere come persone. C’erano dirigenti con ruoli ben specifici, c’era rispetto delle regole”.

Cosa fece Sacchi di speciale?

“Sacchi stravolse la nostra idea di allenamento e di gioco, non aveva ancora fatto molto nel calcio ad alto livello e questo poteva creare qualche dubbio. Quando poi abbiamo capito i reali vantaggi credendo in lui abbiamo iniziato a volare. Berlusconi ha fatto tanto, la sua impronta è ovunque. A me piaceva molto la sua idea di cercare di giocare bene e di vincere, rispettando l’avversario.

Quando diceva che se non avesse vinto il Milan gli avrebbe fatto piacere vincesse l’Inter lo credeva veramente. Naturalmente c’era rivalità, ma quest’idea di essere onesto e riuscire ad arrivare al risultato attraverso il sacrificio, il lavoro e una visione diversa complimentandosi con l’avversario è stato un grande insegnamento”.

Poi il rapporto si è deteriorato con Silvio Berlusconi?

“No, sono diventato amico di Piersilvio e sono stato ad Arcore tante volte come suo amico. Il Presidente mi ha sempre detto: “Sono un tuo secondo padre” e così è sempre stato. Due anni fa mi aveva invitato ad Arcore a fare un pranzo con Galliani. Guardando il passato li ho ringraziati per quello che hanno fatto per me, per il Milan e per il calcio, dicendo loro: “Solo adesso capisco la grandezza di quello che è stato fatto”, un lavoro enorme.

Quando è stato ricoverato in ospedale, il giorno che è uscito mi ha chiamato, pochi giorni prima della sua morte. Voleva fare degli scambi con il Monza, voleva sapere di alcuni giocatori, mi parlava dei suoi calciatori e li conosceva benissimo. Il calcio lo ha accompagnato fino all’ultimo, lo ha vissuto come passione e questo si trasmette, all’ambiente, agli allenatori e ai calciatori. Un ambiente vincente lo crea la città, il luogo di lavoro e le persone. Torniamo alle relazioni, credo che siano importanti, coltivate nel tempo lasciano sempre un segno”.

Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Carlo Ancelotti.

“Con Sacchi ci siamo subito messi a disposizione, ma è stata durissima, fisicamente e mentalmente. Dal punto di vista fisico c’era più conoscenza rispetto ad altri club, ma non ancora abbastanza, sono andato in overtraining per mesi e questa è una cosa che fisicamente non mi faceva stare bene. Era una cosa da calibrare, in partita non puoi rendere, soprattutto all’inizio: hai alti e bassi, io ero ancora molto giovane e in quell’età si ha meno stabilità rispetto agli adulti. Era dura, io arrivavo al venerdì che mi chiedevo come avrei fatto a giocare la domenica. Sembrava impossibile, ma tutto questo ha alzato il livello generale ed è stato un bene per tutti.

Quando abbiamo capito che era l’allenatore giusto? Quando abbiamo vinto a Verona abbiamo iniziato a sentire qualcosa di diverso, non c’era nessuna corrente contro di lui, ma era duro adattarsi a quel tipo di idea. Ci ha insegnato a vincere, il Milan di quegli anni aveva grandi giocatori. Perché è finita con Sacchi? È normale, quando trovi una persona così esigente che deve gestire un gruppo, è un prodotto che ha una scadenza. Quando sei così ossessionato ti consumi facilmente e questo succede a tutti i grandi allenatori”.

Poi Capello.

“Era un uomo di campo, dava sempre piccoli esempi di cose da fare. Sono dettagli che ti formano, è una persona pratica, ha rallentato i ritmi di allenamento di Sacchi proseguendo il suo lavoro. Quel Milan lì, dei primi anni ’90, è stato in assoluto il più forte, tra titolari e riserve avevamo giocatori di altissimo livello. Capello ha aggiunto praticità a un concetto a volte utopistico come quello di Sacchi. Ma senza quel concetto utopistico probabilmente certe vittorie non le avremmo raggiunte. È stata la perfetta combinazione, la fortuna è aver avuto esattamente in quest’ordine Liedholm, Sacchi e Capello, un’evoluzione a livello personale e credo anche di tutto il Milan”.

Il rapporto con Ancelotti da allenatore?

“Ci si comporta in maniera naturale perché non puoi fare finta che il passato insieme non ci sia stato. Non c’era bisogno di dire tante cose, veniva naturale dal momento che c’era rispetto dei ruoli e delle persone. Carlo è una persona tranquilla, ma la sua è una maschera. Tante volte prima delle partite importanti si sedeva vicino a me e diceva: “Sono teso, ma guardo te rilassato e mi calmo”. Io facevo lo stesso con lui. Giocavamo a trasmettere questa calma apparente all’ambiente che ne aveva bisogno”.

La fascia da capitano del Milan, i compagni e la Nazionale.

“Nel 1997 avevo ventinove anni, erano già tredici anni di Serie A e tre anni da capitano della Nazionale. Mi ero abituato a quel tipo di ruolo, farlo al Milan quotidianamente era diverso, le responsabilità erano ampie. Momento più duro da capitano? Non parlavo tanto, ero più riservato, è un ruolo che impone determinate cose e le devi imparare.

Coppa più bella? La prima è indimenticabile, sono tutte belle e distribuite in vent’anni, questa è la fortuna. Quella di Manchester è arrivata a nove anni dopo l’ultima alzata, forse quella è stata la più ambita, perché ero capitano ed era passato tempo”.

Il compagno più forte di tutti?

“Come forza morale e caratteristiche Franco Baresi era un giocatore pazzesco, non parlava mai, agiva, era perfetto. Poi ho giocato anche con Van Basten, tanti giocatori sono anche arrivati in momenti non idilliaci: Ronaldo e Ronaldinho sono i due giocatori tecnicamente più forti che abbia mai visto giocare, però sono arrivati a fine carriera. Giocare contro Ronaldo dell’Inter era dura: a me piaceva giocare 1 contro 1, ma con Ronaldo era dura. Non si fermava, le regole erano più permissive rispetto ad oggi, potevi usare più il fisico ma era grosso, veloce e tecnico”.

Tentazioni da altre squadre?

“No, ci sono stati dei momenti delicati all’interno del mio club. Le cose non andavano bene e c’era amarezza da parte mia, che però mi portava a provare a migliorare le cose. Per andare via ci deve essere una squadra che ti chiede, la tua volontà e quella del club: queste tre cose non sono mai arrivate insieme.

Il no al Real Madrid? Difficile dire di no: può accadere solo se non sei contento al Milan, in quegli anni il Milan era la squadra di riferimento. Pallone d’oro? Non penso a ingiustizie nella mia carriera, è un premio individuale che non faceva parte degli obiettivi che mi ero posto. Non era una certificazione, per me lo sono altre cose.

Io il più grande perdente della storia? È un discorso ampio, naturalmente poi viene presa solo quella frase. Le vittorie passano attraverso le sconfitte, ho perso tante finali e ne ho giocate altrettante vincendole, la stessa cosa si può dire di Federer o di un grande tennista, è un discorso ampio, non posso considerarmi un perdente nella vita”.

Istanbul resta una ferita aperta?

“No, anche perché dopo Istanbul c’è sempre Atene. Rimpianto per il Mondiale 2006? Ne ho giocati quattro, Lippi mi parlò, ma l’anno prima iniziavo ad avere problemi al ginocchio e faticavo già a fare i doppi impegni col Milan. Volevo preservare il mio fisico senza essere un peso. Avevo anche già detto di no a Trapattoni nel 2004, non mi sembrava giusto dire di no a lui ma sì a Lippi. Magari se ci fossi stato io non avremmo vinto, quindi è stato giusto così”.

L’esperienza da dirigente?

“Ho capito di voler fare il dirigente quando mi hanno chiamato, non sempre hai ben chiaro quello che vuoi fare, ma ho provato a capire quello che non avrei voluto fare. Non volevo fare l’allenatore, non volevo lavorare in televisione. Quando è arrivata l’opportunità ho analizzato bene la cosa, con Leonardo ho trovato una persona con i miei stessi principi e ideali, si parla sempre di lavoro di squadra all’interno di un club.

Ho scelto di fare il dirigente in primis perché era il Milan, poi nei trentuno anni di esperienza ho avuto cose da raccontare e insegnare. Poi c’è il lavoro in sé, che è tutt’altro rispetto a ciò che ci si aspetta. Milan, Nazionale o niente? È una regola che vale soprattutto per l’Italia, non riuscirei mai a vedermi in un club diverso dal Milan”.

Interesse del PSG?

“Non ho mai detto di no, prima del Milan sono stato tre volte a Parigi e avevo dato la mia disponibilità, poi la cosa non è andata avanti; pensandoci adesso è stato un bene, sarei entrato in una società ancora in grande evoluzione, in un paese che non conoscevo, con una lingua che non conoscevo. I miei primi dieci mesi da dirigente sono stati di apprendimento, mi sentivo inadeguato, stavo imparando e non riuscivo a determinare qualcosa. Leonardo rideva, mi diceva che mi sarei reso conto pian piano del mio impatto. È stata una fortuna iniziare a lavorare con lui”.

Va allo stadio a vedere il Milan?

“No, non vado più, è logico. Lo seguo insieme a Monza ed Empoli dove giocano i miei figli. Ho creato tanti rapporti, è una questione di relazioni. Quello che abbiamo creato non è stata solo una squadra vincente, ma anche tante relazioni con i giocatori. Ne sono arrivati circa trentacinque nel corso dei cinque anni, con ognuno di loro si è creato un rapporto speciale. Quando vedo la fascia sinistra del Milan è sinceramente uno spettacolo”.

Chiusura con l’Inter campione d’Italia.

“È molto indicativo quello che è successo. L’Inter ha una struttura sportiva che determina il futuro dell’area sportiva. È stata gratificata con contratti a lunga scadenza, c’è stata un’idea di strategia. Non è un caso che il Napoli sia andato male dopo gli addii di allenatore e direttore sportivo. Si dà poca importanza alla gestione del gruppo, a volte si considerano i giocatori come macchine che devono produrre qualcosa, ma per farlo servono persone che li aiutino a farlo.

Il supporto ai calciatori credo che sia ancora qualcosa di inespresso nel calcio sia in Italia sia a livello mondiale, ci si dimentica che sono ragazzi giovani che hanno bisogno di supporto e di qualcuno che dica loro le cose come stanno, non sempre è facile arrivare a parlarne con loro.

Il passato può far paura? A volte sì, ma non è detto che il fatto di avere un grande passato da calciatore ti debba per forza dare un presente da dirigente. Sono due lavori completamente diversi, fin quando non si prova non si sa. Quando non ti danno l’occasione è perché probabilmente il tuo passato è ingombrante e la gente lo sa. È quello che ho sempre detto, quando mi hanno chiamato ho detto: “Ma siete sicuri?”, perché devi sapere pro e contro. Mi piace giocare a carte scoperte”.

Le interviste

Bolognesi (ex Belen Rodriguez): “Allegri il Top, su Chivu…”

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Il primo uomo italiano di Belen Rodriguez, e scopritore indiscusso della talentuosa showgirl argentina (quando ancora era una sconosciuta), a tutto campo, senza peli sulla lingua ai nostri microfoni. Simone (nella foto concessa gentilmente: risale a circa oltre 20 anni fa, ai tempi di Aquafan Riccione), negli ultimi anni visto come cavaliere di Uomini e Donne Trono Over, è proprietario con la famiglia del lussuoso Hotel Derby di Milano Marittima. “Bolo-Style” (come lo ha ribattezzato qualcuno nella sua Riccione) non ha bisogno di grandi presentazioni. E’ da sempre un volto conosciuto e stimato nella Riviera Romagnola, considerata anche la sua longeva presenza all’interno di numerosi locali notturni della zona (discoteche e disco-pub), soprattutto in qualità di organizzatore di eventi ed esperto di relazioni pubbliche.

DAL FIDANZAMENTO CON BELEN RODRIGUEZ ALLE APPARIZIONI TV E A QUELL’AMORE PER LA JUVENTUS… MA SU SPALLETTI…

Persona molto schietta e sentimentale, l’ex corteggiatore di Teresanna Pugliese  (paparazzato negli anni anche con Diletta Pagliano ex di  Leonardo Greco) Simone Bolognesi è celebre appunto per essere stato il primo fidanzato italiano di Belen quando la showgirl argentina è arrivata nel Bel Paese, ben 22 anni fa. La relazione tra Simone e Belen è durata non poco, esattamente due anni, condita da sette mesi di passionale convivenza, avvenuta nell’abitazione del Bolo di Riccione.

Lo abbiamo incontrato lo scorso weekend, proprio nella sua cara e splendida Riviera, non distante dall’Hotel Derby Milano Marittima: ecco cosa ci ha detto in esclusiva, ai nostri microfoni.

Ciao Simone. Da grande tifoso della Juventus cosa pensi dell’arrivo di mister Luciano Spalletti a Torino?

“Devo essere sincero: quel famoso trattamento riservato da Spalletti a Totti, nel post ultima stagione alla Roma, mi aveva messo in grande antipatia il tecnico di Certaldo. Dunque non sono stato affatto contento quando Spalletti è arrivato a Torino. Riconosco però che ora la Juventus ha un altro passo. Luciano ha riqualificato il cervello dei giocatori, ha creato secondo me un gioco anche più divertente”.

So bene che sei rimasto molto deluso dal Derby d’Italia tra Inter e Juventus…

“Direi che veniamo dallo scandalo di Inter-Juventus, match in cui l’arbitro La Penna ha completamente rovinato la partita. Eh già, poteva assolutamente essere un match vinto dalla Juve, che avrebbe rilanciato al tempo stesso il Milan, del mio caro Massimiliano Allegri, verso un secondo posto molto più a ridosso della prima”.

Perché parli di ‘mio caro Max Allegri”?

“Lo sapete… Mi piace davvero tanto Allegri, anche se questa affermazione non metterà tutti d’accordo (ride). Ammetto che l’Inter ha un altro passo in ogni caso”.

“SU CHIVU (INTER) E ALLEGRI (MILAN) PENSO CHE…”: IL GRIDO DI BATTAGLIA DELL’EX BELEN SIMONE BOLOGNESI

Ti piace anche Chivu? Secondo te è un ottimo allenatore? E’ la persona giusta per l’Inter?

“Non so se Chivu ha quell’esperienza giusta per poter portare l’Inter a questi grandi livelli fino in fondo. Un’esperienza che invece il buon Max ha, eccome! Max può fare la differenza al Milan, Chivu non saprei…”.

Chi è il miglior allenatore, a tuo modo di vedere, nella Serie A 2025-26?

“Secondo me l’allenatore che in questo momento unisce capacità di raggiungere risultati e simpatia è sicuramente Allegri. Max magari nel gioco non brilla rispetto ad altri allenatori ma porta risultati. Allegri-Conte? Non calcisticamente parlando, bensì a livello di intrattenitore e carisma non c’è confronto. Vince Allegri in lungo e in largo”

Ah Simone, sei un Anti-Conte quindi…

“Non nascondo che quest’anno l’ex Juve Antonio Conte non vince e piange tutto il tempo (ride, ndr): sui social qualcuno l’ha perfino definito il ‘bambolotto’ Antonino (Gli Autogol…)”

IL PRONOSTICO DEL PRIMO UOMO ITALIANO BELEN RODRIGUEZ SULLA JUVENTUS DI LUCIANO SPALLETTI

Infine, un pronostico… Tornerà la tua Juve ad alti livelli?

“Riguardo alla mia Juventus, devo dire che Spalletti  nel complesso sta facendo bene, dando la possibilità alla Zebra Bianconera di tornare a certi livelli. D’altronde Luciano ha riportato il Napoli a vincere. E secondo me potrà portare anche la Juve per l’appunto ai livelli e risultati che merita. Magari non subito, anche con l’aiuto di qualche innesto che magari sceglierà e gestirà lui, visto che quest’anno a Torino ha preso la squadra in corso. Resto, in ogni modo, dell’idea che in Serie A c’è un Milan rinato con l’atteggiamento del grande Max, dopo la brutta stagione rossonera in Serie A 2024/2025”.

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ex Belen nella foto con Daniele Bartocci (giornalista)

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ex Belen Rodriguez Simone BOlognesi

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Europa League 2025/26: Calendario, date chiave e dove vederla in TV

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Bologna

Il mese di febbraio 2026 segna un punto di svolta cruciale per il calcio continentale. Archiviata la lunga e intensa “League Phase” a 36 squadre, l’Europa League entra finalmente nel vivo con la fase a eliminazione diretta.

In questo scenario, dove ogni errore può risultare fatale, il valore tecnico della competizione è apparso sensibilmente cresciuto, complice un formato che ha costretto le big a lottare fin dalle prime battute per evitare pericolosi incroci negli spareggi.

 

Il nuovo volto della competizione: il punto a febbraio 2026

Siamo ormai entrati nel cuore della seconda edizione caratterizzata dal girone unico. Rispetto al passato, l’incertezza regna sovrana e l’analisi dei rapporti di forza tra le pretendenti al titolo è diventata una pratica costante per gli addetti ai lavori. Valutando attentamente le quote Europa League proposte dai principali operatori del settore, si nota come il peso delle squadre provenienti dalla Champions League (assenti in questo nuovo format) sia stato sostituito da una maggiore competitività interna dei club storici di questa coppa.

Per chi volesse consultare i dati storici, le statistiche individuali e i comunicati stampa riguardanti i provvedimenti disciplinari o organizzativi, il sito ufficiale della UEFA rimane la fonte primaria di informazione e verifica.

 

Calendario e date della fase finale

Il percorso verso la finale di Istanbul si snoda attraverso tappe serratissime. Mentre le prime otto classificate della fase a campionato (tra cui spicca l’ottimo rendimento della Roma) hanno potuto godere di un turno di riposo, le squadre posizionate tra il nono e il ventiquattresimo posto devono affrontare gli insidiosi spareggi di febbraio.

Le tappe verso Istanbul

Ecco il cronoprogramma ufficiale che condurrà le squadre all’atto conclusivo della stagione:

  • Spareggi (Play-off): 19 febbraio (andata) e 26 febbraio 2026 (ritorno). È qui che il Bologna cerca l’impresa contro i norvegesi del Brann.
  • Ottavi di finale: 12 marzo (andata) e 19 marzo 2026 (ritorno). In questa fase entrano in gioco le teste di serie che hanno vinto la League Phase.
  • Quarti di finale: 9 e 16 aprile 2026.
  • Semifinali: 30 aprile (andata) e 7 maggio 2026 (ritorno).
  • Finale: 20 maggio 2026.

La coppa verrà assegnata al Beşiktaş Park di Istanbul, impianto da 40.000 spettatori celebre per il suo clima rovente, scenario perfetto per una finale di questo livello. Una serata che si preannuncia come evento sportivo dell’anno per la città turca. 

 

L’Europa League in TV

Per gli appassionati italiani la scelta è ampia. Il palinsesto è infatti studiato per garantire la diretta di tutte le gare, con un focus costante sulle formazioni di Serie A.

Esclusiva Sky e NOW

Per il ciclo 2024-2027, Sky Sport detiene i diritti esclusivi per la trasmissione di tutte le 342 partite stagionali di Europa League e Conference League. Gli abbonati possono seguire i match sui canali lineari (anche in qualità 4K HDR per gli eventi principali sul canale 213) o attraverso il servizio streaming NOW, ideale per chi preferisce la visione su dispositivi mobili o smart TV senza parabola.

La visione in chiaro su TV8

Come da tradizione, una selezione di partite viene proposta gratuitamente su TV8. Generalmente, la scelta ricade su un match di cartello tra formazioni straniere durante i turni preliminari e gli ottavi, mentre per le fasi finali (semifinali e finale) la trasmissione in chiaro potrebbe coinvolgere direttamente le squadre italiane, qualora dovessero raggiungere l’ultimo atto della competizione. È bene ricordare che, per la fase attuale, la visione integrale di tutte le sfide delle italiane resta un’esclusiva per gli abbonati alle piattaforme pay.

Conclusioni sulla stagione in corso

L’Europa League 2025/26 si sta confermando un torneo di altissimo profilo. La scomparsa della “retrocessione” dalla Champions League ha dato alla coppa una sua identità più definita e meritocratica. Con club del calibro di Tottenham, Porto, Roma e Lione pronti a darsi battaglia, la strada verso Istanbul appare ancora lunga e ricca di insidie. La capacità di gestire le energie tra campionato e impegni infrasettimanali sarà, come sempre, l’ago della bilancia per chi ambisce a sollevare il trofeo il prossimo 20 maggio.

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Ardemagni (ex Milan) a IGsport47: “Col fuoco dentro. Su Inzaghi..”

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L’ex attaccante del Milan Matteo Ardemagni (quasi 39 anni) sena filtri. Eh già, carico e determinato come non mai. Dal Milan di Ancelotti a una nuova sfida nelle Marche, con la maglia della Civitanovese: è Ardemagni show. Ecco cosa ha detto, in queste ore, ai microfoni di Smart Club, programma sportivo Made in Marche, sotto la regia della brava giornalista Marta Bitti.

L’ex Milan e Atalanta Ardemagni: un bomber ex Serie A senza limiti

Eccolo al top a IGsport47, nell’interessante e appassionante programma Smart Club. Alla conduzione Marta Bitti, affiancata da Cristiano Lambertucci e Luca Baiocco, spazio per l’appunto a un grande protagonista del calcio italiano. Una carriera lunga e ricca di gol, con oltre 100 sigilli realizzate in Serie B, raccontata tra aneddoti, analisi tecnico-tattiche e uno sguardo sul presente e sul futuro, dentro e fuori dal rettangolo di gioco. Matteo Ardemagni carico e determinato come non mai nelle Marche per mettere esperienza, carisma e fame al servizio della sua nuova squadra. Obiettivo salvezza in Eccellenza.

Cresciuto in società come Milan e Atalanta, con un passato importante a Perugia e in molti club blasonati del calcio italiano, Ardemagni ha raccontato in sostanza il suo percorso agonistico e le sue motivazioni nel programma sportivo marchigiano Smart ClubLe sue parole fanno ben capire di che pasta è fatto: un giocatore maturo, esperto, consapevole e ancora determinato a lasciare il segno.

Matteo Ardemagni, un viaggio calcistico tra grandi club e oltre 100 gol in carriera: alla Civitanovese per fare grandi cose

La storia di Matteo Ardemagni è quella di un attaccante che ha saputo costruire la propria identità passo dopo passo, dopo una lunga gavetta. Esperienza precoce nel Milan di Ancelotti, dove ha respirato fin da giovanissimo l’aria dei campioni. Ha poi completato la formazione nell’Atalanta, società da sempre attenta ai talenti offensivi.

Da lì è iniziato un percorso ricco di tappe prestigiose: Triestina, Cittadella, Modena, Perugia, Avellino, Ascoli, Frosinone, fino alle più recenti esperienze in Serie C. Con oltre 100 reti nei campionati professionistici, Ardemagni è divenuto a tutti gli effetti emblema puro di affidabilità e dedizione. Un attaccante cresciuto a pane e gol, capace di adattarsi a contesti diversi mantenendo sempre una performance costante.

Le dichiarazioni a Smart Club: “Unità e sacrificio, così si conquista la salvezza”

Ospite del programma Smart ClubArdemagni (che conosce bene le Marche: ad Ascoli indossò in passato la fascia di capitano) ha parlato con grande lucidità del momento della squadra e delle sue motivazioni personali. L’attaccante ha sottolineato come la sfida salvezza passi soprattutto dalla compattezza del gruppo: “Non basta il singolo, serve unione d’intenti. Mi sento vivo, ho il fuoco dentro”. Come dire, quando gli atleti di una squadra remano tutta dalla stessa parte, anche le difficoltà possono trasformarsi in belle opportunità.

Ha poi aggiunto che la sua scelta di approdare nelle Marche nasce dal desiderio di sentirsi ancora protagonista: “Voglio dare tutto. Ho accettato questa sfida con umiltà, cercherò di aiutare i giovani. Credo nel progetto. I nostri tifosi possono fare la differenza, dentro e fuori dal campo”. Parole che confermano la sua determinazione, motivazione e la volontà di essere un punto di riferimento per la generazione young.

Civitanova (Civitanovese – Eccellenza) e il nuovo capitolo: nelle Marche per lasciare un segno, non per una passerella qualunque… “Pippo Inzaghi mi disse che…”

Ardemagni ha parlato anche del suo impatto con l’ambiente marchigiano, elogiando la passione dei tifosi e la serietà della società civitanovese. “Obiettivo salvezza, dobbiamo meritarla”, ha dichiarato. L’attaccante ha poi evidenziato l’importanza del lavoro quotidiano: “La differenza la fanno i dettagli: allenarsi bene, aiutarsi, non mollare mai. È questo lo spirito che voglio trasmettere”. Un messaggio chiaro, che conferma come Ardemagni non sia solo un rinforzo tecnico, ma anche un valore aggiunto sul piano umano e motivazionale. Il suo punto di riferimento è stato Pippo Inzaghi: “Pippo mi diceva sempre il gol arriverà, l’importante è farsi trovare pronto”. Che dire, a buon intenditor poche parole. E’ possibile rivedere la puntata anche su YouTube sul canale SmartClub IGSport47.

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