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Donadoni: “Speravo che il Parma mi chiamasse. Hanno scelto Chivu, non mi pare che abbia mai allenato in serie A”

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Parma

Roberto Donadoni, ex centrocampista del Milan e attuale allenatore, ha rilasciato un’ampia intervista al Corriere dello Sport.

Nel corso della chiacchierata, Roberto Donadoni ha toccato diversi argomenti di rilievo. Ecco le sue dichiarazioni principali:

Le parole di Donadoni

L’ultima esperienza in panchina?

“L’ultima esperienza in Italia è stata a Bologna. Poi in Cina, allo Shenzhen. L’ho preso che stava retrocedendo e ci siamo salvati. La stagione successiva, dopo pochi mesi ho litigato col direttore sportivo, lo stesso che era stato al Tianjin Quanjian con Cannavaro.

Sintesi del soggetto fatta da Fabio: «Un delinquente». So che è finito in galera perché ha combinato altri disastri, insomma l’hanno blindato… Alla festa dei 125 anni del Milan, a inizio dicembre, ho incontrato il dottor Galliani“.

Galliani lo chiama ancora dottore?

“E come dovrei chiamarlo? Mi ha chiesto del Monza. A Nesta non stava girando bene. Saltato Nesta ho sperato che Monza fosse una possibilità. Mi è capitato spesso di pensare”.

A cosa ha pensato?

“A perché il Milan non cercasse anche me. Ci sono passati Leonardo, Inzaghi, Seedorf, Brocchi, Gattuso con l’altra gestione… Galliani diceva che era Berlusconi“.

Galliani non l’ha voluto?

“Non sono mai entrato nelle scelte di persone alle quali sono legato, nonostante pensassi che sarebbe stata quella la mia destinazione ideale, la più naturale, quasi fisiologica. Negli ultimi anni si sono fatti vivi altri, anche il Cagliari un paio di volte, ma le trattative non si sono mai intavolate, a volte per scelta mia, altre per volontà dei club. Che hanno tutto il diritto di fare come vogliono”.

Monza

Monza, Italy. 8 August 2023. Adriano Galliani during the Silvio Berlusconi trophy match football match between Ac Monza and Ac Milan.

Non è un tipo che accetta compromessi.

“Non lo so, penso di essere sufficientemente intelligente e in grado di capire le esigenze di una società. E so accettare i buoni consigli”.

C’è amarezza nelle sue parole.

“La provo. Ma vivo ugualmente bene. Vedo tanti colleghi che attraverso mille peripezie riescono a dare continuità al loro lavoro… La verità è che non posso essere o mostrarmi diverso da quello che sono”.

Come si sente?

“Nel modo di fare mi rivedo in Carlo (Ancelotti, ndr), la stessa mentalità, cultura, educazione. Non sono un carabiniere. Lo ripetevo spesso ai ragazzi che allenavo: “Non sono un carabiniere, vi osservo, controllo gli atteggiamenti e traggo le conclusioni”.

Mi piace dare libertà ai collaboratori, so ascoltare, alla fine però sono io che mi occupo delle scelte. In panchina non mi agito, non sono un urlatore, non faccio casino. Ricordo che una volta Mazzone venne a vedermi a Ascoli.

Allenavo il Livorno, ma quel giorno in panchina c’era il mio secondo, Bortolazzi, io mi ero appena dimesso. A un certo punto, dalla tribuna, la buonanima di Carletto gridò a Bortolazzi “Te devi agita’!, te devi muove!”.

61 anni, il suo sta diventando un inaccettabile pensionamento anticipato.

“Ci sono situazioni che non posso governare, mi spiace di non poter lavorare con i giovani, di non provare il gusto di migliorarli, di farli crescere. Il sapore del risultato mi manca”.

La sua stagione migliore al Parma.

“In condizioni assurde. La società aveva problemi serissimi e la Federcalcio ci chiese di portare a termine il campionato per evitare di falsarlo. Facemmo splendide cose, il primo anno raggiungemmo la qualificazione in Europa League. Il club era praticamente fallito, il periodo di Ghirardi“.

Dissero che lei e Cassano avevate litigato.

“Mai avuto problemi con Antonio, mai litigato con lui. Ebbe semmai da dire con Ghirardi. Scelse di non scendere in B, eravamo a un passo dal baratro, liberissimo di decidere della sua carriera, della sua vita”.

Si pensava nei giorni scorsi che il Parma la chiamasse.

“Ho sperato che lo facesse. A Parma sono legato, lì ho battezzato mia figlia. Ci sarei tornato di corsa. Hanno scelto Chivu, non mi pare che abbia mai allenato in Serie A”.

Cherubini ha investito su un progetto a lungo termine.

“Parlare di progetti e programmi in Italia è fuori luogo ormai. Oggi conta il risultato immediato. Ovunque, a tutti i livelli. Se poi alleni Inter, Juve o Milan hai solo l’obbligo di vincere, ho letto cos’ha detto Conte, sto con lui, capisco che è la scoperta dell’acqua calda.

Tuttavia da noi, dove dominano le proprietà straniere, c’è qualcuno che prova a fare le cose giuste e ha ancora un briciolo di capacità. L’Atalanta ad esempio. Anche lì c’è la presenza americana, ma ci sono dirigenti abili. La competenza oggi è il petrolio. Mi fa rabbia pensare che ci siamo ridotti così, e non mi riferisco solo al calcio. Il giudizio lo estendo al Paese”.

Donadoni e la situazione Milan

Il Milan oggi è una combinazione di nervi, fegati e manager: “Ero in tribuna l’altra sera, ho sofferto. Fatico a riconoscere il Milan. Mi procura sofferenza, non c’è più quello stile e non penso soltanto al campo”.

E’ rimasto molto legato a Berlusconi e Galliani: “Berlusconi con me fu eccezionale, ogni tanto lo sentivo ancora. Sette giorni prima della sua morte chiamai il San Raffaele, mi rispose la segretaria, le chiesi di riferire che l’avevo cercato per un saluto.

Il giorno dopo telefonò lui, la voce stanca “Oh Roberto”, disse, “mi fa piacere che ti ricordi del tuo presidente”. Un groppo in gola, ero a un passo dalle lacrime. Ancora oggi, se ci penso, mi vengono i brividi. È un ricordo che conserverò. Berlusconi ha sempre avuto attenzioni per le persone con le quali ha lavorato”.

Crede davvero che Sacchi voglia tornare al calcio a 78 anni?: “Sono molto affezionato ad Arrigo, giorni fa l’ho chiamato. L’operazione al cuore è stata pesante e lui ha bisogno di affetto, l’affetto della sua gente e del calcio, è pieno di umanità”.

Donadoni sul futuro

Tornerebbe a lavorare anche all’estero?: “Certo, se il calcio non si ripresenterà, me ne farò una ragione”.

Immagino che abbia una sala dei trofei piena zeppa di coppe e medaglie: “Ho una vetrinetta con poche cose che non mostro. Non amo mettermi in mostra”.

E’un limite, nella stagione dell’apparire?: “Quante volte me lo sono sentito ripetere. Perché dovrei cambiare? Una ragione, me ne basta una sola. E perché dovrei raccontarmi per come non sono?”.

E’stato il primo italiano d’Arabia?: “Non mi prese il club, bensì il principe. Che pensavo fosse scapolo e invece aveva sposato la figlia del re. Vincemmo il campionato, andammo in finale nella King’s Cup“.

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Pietro Mennea come Steve Jobs: ricordo di un campione

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pietro mennea

A Santa Maria di Castellabate, nel cuore del Cilento, il 24 gennaio si accenderanno i riflettori su uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’anno. Stiamo parlando del Premio Letterario Sportivo 2026 dedicato a Pietro Mennea. Scrittori provenienti da tutta Italia e ospiti illustri si riuniranno a Villa Matarazzo, sede del Museo e Biblioteca del Calcio “Andrea Fortunato”, per celebrare non solo la grandezza sportiva dell’uomo più veloce d’Italia, bensì il suo impegno civile, magari talvolta meno raccontato ma altrettanto rivoluzionario.

UN EVENTO TUTTO DA VIVERE NEL RICORDO DEL GRANDE PIETRO MENNEA: LA GRANDE LETTERATURA SPORTIVA SBARCA IN PROVINCIA DI SALERNO

L’evento, organizzato dalla Fondazione Polito, si conferma un punto di riferimento nazionale per chi intreccia sport, letteratura e memoria. Tutto ciò trasformando il ricordo del grande e inimitabile Pietro Mennea in un motore culturale capace di parlare alle nuove generazioni. Il Premio affonda le sue radici in un tema che Pietro Mennea considerava una vera missione: il “Passaporto Ematico”. Non si trattava di una semplice campagna informativa, ma di un progetto pionieristico che Mennea portò avanti con determinazione insieme all’amico Davide Polito (Presidente Fondazione Polito). Ciò con l’obiettivo di diffondere in Italia una cultura della prevenzione basata su controlli medici regolari e consapevolezza del proprio stato di salute.

Ebbene sì in un’era particolare in cui la medicina preventiva non era ancora al centro del dibattito pubblico, Mennea scelse a quanto pare di esporsi in prima persona. Il tutto mettendo la sua credibilità di campione al servizio di un messaggio sociale forte, concreto e ancora oggi di straordinaria attualità. Il “Passaporto Ematico” non era solo un documento sanitario, ma un invito a prendersi cura di sé con responsabilità, attraverso visite e monitoraggi effettuati presso studi medici autorizzati. E oggi più che mai riveste una straordinaria rilevanza, non smetteremo mai di ribadirlo nel nostro blog. Saremo sempre al fianco della prevenzione!

La cerimonia del 24 gennaio non sarà soltanto un tributo alla leggenda dello sport, ma un’occasione per riaffermare il valore di un’eredità morale che continua a ispirare. In un mondo che corre veloce, proprio come Mennea in pista, il Premio Letterario Sportivo diventa un momento di riflessione collettiva su ciò che significa davvero essere campioni. Eh già, non solo record e medaglie, bensì fatica, impegno, etica, dedizione e capacità di trasformare la propria notorietà in un bene comune.

A Santa Maria di Castellabate, tra le suggestive sale di Villa Matarazzo, la figura di Mennea tornerà a vivere attraverso le parole degli autori, le testimonianze degli ospiti e la forza di un messaggio che non ha perso intensità. Un appuntamento che da ben tre edizioni unisce cultura, sport e salute. E che conferma quanto il mito della “Freccia del Sud” continui a correre, oggi più che mai, nella memoria e nel futuro del Paese. Sotto un estratto video dell’edizione 2024 al Museo del Calcio Andrea Fortunato in provincia di Salerno.

Che altro aggiungere… Un premio che come detto richiama anche una battaglia che Mennea sentiva sua. Sì, proprio quel super passaporto ematico, strumento fondamentale per tutelare la lealtà sportiva e la salute degli atleti, che Pietro sosteneva con forza.

MENNEA COME STEVE JOBS: FUORICLASSE AUTENTICO

Sudore, umiltà, motivazioni e tanto sacrificio alla base del suo straordinario successo: “I campioni possono nascere ovunque, anche a Barletta, l’importante è avere gli stimoli e gli elementi giusti come la determinazione e massima fiducia in se stessi. Voglio anche rilevare che la mia razza ha una rabbia e testardaggine migliori di quelle di Steve Jobs. Il famoso giornalista Gianni Brera si stupì della mia mente, definendola addirittura mesopotamica!”. Nel corso di una indimenticabile serata a Jesi (An) (ben oltre un decennio fa – ne avevamo già parlato nel nostro blog in più circostanze) fu presentato il suo volume, il ventitreesimo per l’esattezza, dal titolo “La corsa non finisce mai”. Pietro Mennea, come si fa a dimenticarlo? Un fuoriclasse indimenticabile, super, incredibile. Un grande esempio di vita e di sport. Chapeau!

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Milan, Loftus-Cheek alla Lazio? Risponde direttamente Lotito

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Lazio

Milan, la questione Loftus-Cheek ha tenuto banco in queste ultime settimane. Ha voluto fare chiarezza direttamente il presidente della Lazio Claudio Lotito.

Sull’affare Loftus-Cheek si è detto e scritto tanto in queste ultime settimane. Sappiamo che il centrocampista inglese era uno dei nomi suggeriti da Maurizio Sarri per rinforzare la rosa, ma è altrettanto vero che l’ingaggio da 4 milioni ha fin da subito frenato la dirigenza.

Sul tema ha voluto precisare Claudio Lotito intervenuto ai microfoni di TMW. Ecco le sue parole:” Vorrei fare una precisazione, sui due giocatori che avete detto (Raspadori e Loftus-Cheek) non sono voluti venire. Sono stati contattati e hanno detto no grazie”.

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Milan-Genoa 1-1, mancano vere alternative: 32 tiri in porta non bastano

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Milan

Milan-Genoa 1-1, i rossoneri buttano alle ortiche una preziosa occasione per rimanere in scia della capolista Inter. Problema di organico per Massimiliano Allegri, ma non solo.

Una rosa eccessivamente corta quella rossonera, un affanno evidente e piuttosto prevedibile quando per mesi si cerca di viaggiare ai 200 all’ora con pochi giocatori a disposizione. Un’infermeria sempre piuttosto piena e recuperi affrettati di giocatori i quali, potessere essere gestiti meglio, rimarrebbero a riposo magari una settimana in più.

E’ infatti il caso di Rafael Leao il quale, più attento sotto porta, non ha i 90 minuti nelle gambe e si vede. Pochi strappi, pochi dribbling e la solita scelta di fare la cosa più facile, non sempre la più giusta, soprattutto se porti quel nome sul retro della casacca. Ma è colpa sua? No, la colpa è la mancanza di valide alternative.

Un errore di programmazione che deve essere analizzato dall’intera dirigenza e soprattutto risolto adesso, durante il mercato invernale. Ma queste parole rimarranno vane in quanto il Milan non sembra volere effettuare grandi investimenti a gennaio.

Trentadue tiri non sono bastati a vincere la gara, l’attacco è troppo leggero e pesano evidenti errori dei songoli, vedasi Fofana il quale scivola nel momento in cui avrebbe solo dovuto appoggiare la palla in rete a porta sguarnita. Ma la colpa, lo ripetiamo, non è dei giocatori, né tantomeno dell’allenatore.

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