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Di Gregorio story: dall’Inter alla Juventus

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Di Gregorio.

Uno dei trasferimenti più attesi dell’estate è sicuramente quello di Di Gregorio, prelevato dal Monza per circa 18,5 milioni di euro. Dietro una storia che merita di essere raccontata.

Indice

Di Gregorio, dai pulcini dell’Inter sino al professionismo

Milanese di nascita e classe 1997, alto 187 centimetri. All’età di sei anni entra a far parte del settore giovanile dell’Inter, con il quale vince anche uno scudetto primavera. Come per tutti, nella propria vita arriva il momento della separarsi: Di Gregorio scende nelle categorie inferiori per formarsi definitivamente. Renate e Novara mettono in mostra le sue qualità, dove vince anche il premio come Miglior portiere del Girone A di Lega Pro in entrambe le stagioni. L’Inter non lo molla e lo gira in prestito in Serie B, precisamente al Pordenone.

L’esplosione a Monza

Nell’estate del 2020, Di Gregorio passa (sempre a titolo temporaneo) al Monza. Qui arriva il salto di qualità definitivo e quindi un ulteriore step professionale: il Monza lo conferma per la stagione successiva. Obiettivo promozione in Serie A, con obbligo di riscatto fissato a 4 milioni di euro in caso di promozione.

di gregorio juventus

Di Gregorio firma un contratto triennale ed esordisce in Serie A il 13 agosto 2022, battendo perfino la concorrenza di Cragno. L’estremo difensore italiano a Monza si dimostra il miglior portiere della Serie A, tanto da meritarsi il rinnovo del contratto fino al 2027.

La Juventus nel cammino di Di Gregorio

Giovedì 4 luglio, Di Gregorio alla Juventus. La vita alle volte può essere contraddittoria; una vita passata con i colori nerazzurri indosso e, tutto d’un tratto, la chiamata dai nemici di sempre. La Vecchia Signora lo contatta, con l’obiettivo di riaprire un ciclo vincente in bianconero.

L’Uomo Digre al centro del progetto

L’uomo Digre, cosi è chiamato, sarà probabilmente al centro del progetto bianconero, ereditando la postazione tra i pali dell’uscente Wojciech Szczęsny: un passaggio di consegna non con poche responsabilità.

La carriera di Di Gregorio in top club inizia quindi all’età di 26 anni, dopo una lunga trafila fatta di impegno, sacrifici ed obiettivi da raggiungere.

Il giovane portiere ha vissuto un momento di grande emozione al suo arrivo alla Continassa, come ha raccontato il suo procuratore Carlo Alberto Belloni: “Venerdì quando Michele è entrato per la prima volta alla Continassa era felice come un bambino al parco giochi: aveva un sorriso a trentadue denti stampato in volto. Poche volte l’ho visto così raggiante: di solito tende a celare le proprie emozioni. Arrivare alla Juventus è un grande traguardo, che Di Gregorio si è conquistato dopo una lunga gavetta. Nessuno gli ha mai regalato nulla, ha scalato tutte le categorie a suon di parate. È stato un giorno indimenticabile per tutti. Anche per me: portare un giocatore alla Juve all’età di 36 anni non capita a tutti gli agenti…

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Guendouzi torna alle origini. Per Baroni è “centrale”, come per Tudor (al Marsiglia)

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Guendouzi

Mateo Guendouzi è di nuovo centrale nel progetto Lazio. E il nuovo tecnico biancoceleste, Marco Baroni, pensa per lui un “ritorno alle origini”.

Il ritiro ad Auronzo di Cadore della Lazio si è chiuso con un pareggio. A Baroni non basta una rete di Guendouzi per avere ragione della Triestina. Nel corso di questa ultima amichevole, il nuovo allenatore biancoceleste ha varato un 4-3-3 disossato che, in alcune fasi della partita, può diventare un 4-2-3-1.

Lazio, Guendouzi è di nuovo “centrale”

Il grande motivo d’interesse della partita è stato certamente l’impiego del centrocampista francese, recentemente riscattato dal Marsiglia. Non tanto per la sua presenza in campo, mai realmente in discussione dopo l’addio di Tudor, quanto per la sua collocazione tattica: ovvero quella di “incursore” alle spalle di una punta.

Guendouzi aveva già ricoperto un ruolo molto simile quando proprio Tudor lo aveva allenato a Marsiglia. In quella stagione il transalpino giocò prevalentemente da sottopunta nel 3-4-2-1. A lui il compito di fare spalo fra trequartisti e mediana, sparigliando il piano tattico degli avversari con i suoi inserimenti da dietro.

Mentre l’altro trequartista, solitamente Under, avanzava il proprio raggio d’azione di una decina di metri, quasi andando ad affiancare il centravanti. Lo stesso Tudor aveva riproposto il francese in quella posizione (sempre nel 3-4-2-1) nella sua breve esperienza all’ombra del Colosseo, prima del litigio che fece naufragare il loro rapporto.

Guendouzi

Messaggio alla società o idea tattica?

Baroni, in questo senso, sta cercando di rimarcare le idee tattiche del Marsiglia di Tudor, per poter mettere il suo miglior giocatore nelle condizioni di esprimersi al meglio. Guendouzi, infatti, dopo gli addi di Luis Alberto e Felipe Anderson, è diventato (assieme a Zaccagni) il giocatore più rappresentativo della rosa.

E questo 4-3-3 di partenza, che può diventare un 4-2-3-1 con la mezz’ala destra (Guendouzi) a ridosso del centravanti e la mezz’ala sinistra (Vecino, in questo caso) che scala al fianco di Rovella in costruzione, ricorda molto gli automatismi di quella squadra: in cui Guendouzi fece registrare la miglior stagione della sua carriera.

Infatti, su 34 presenze da titolare, in 22 occasioni Guendouzi fu schierato lì. Qualcuno ha ipotizzato che questa scelta sia soltanto un messaggio indirizzato alla società. Un sollecito a rinfoltire il reparto offensivo, ma lo stesso Baroni ha poi smentito questa versione dei fatti nell’ultima conferenza stampa ad Auronzo di Cadore.

“Ci saranno da fare delle uscite. La società sa benissimo cosa dobbiamo fare, ma questo gruppo sta lavorando bene. Stiamo cercando di partire da una mobiltià offensiva, anche dei centrocampisti. Queste rotazioni che stiamo ricercando sono congeniali per i nostri interpreti. Guendouzi può fare il treequartista, come Castrovilli e Dele-Bashiru. Andremo a lavorare nell’impianto a quattro. I vertici daranno beneficio alla costruzione offensiva”.

Delle parole forse di circostanza, ma che danno manforte alla mia analisi. La Lazio ripartirà sulla falsa riga del 4-3-3 sarrista, ma sarà un 4-3-3 più elastico. Più moderno e meno rigido. Con una spruzzata di Tudorismo a scacciar via quel retrogusto amarognolo di prevedibilità, che a volte la gestione Sarri ha lasciato in bocca.

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Bologna, ti presento Dallinga: colpo da vera “big”

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Lo voleva tutta Europa, giocherà nel Bologna. Thijs Dallinga dimostra che il Bologna non è un fuoco di paglia, ma una delle “sorelle”.

Si sapeva che non sarebbe stata un’estate facile per il Bologna. La scorsa stagione aveva messo in luce giocatori che erano già sembrati di livello troppo alto per la piazza felsinea. Calafiori e Zirkzee hanno ceduto alle lusinghe di due dei migliori club del mondo, sposando la causa rispettivamente di Arsenal e Manchester United.

Thiago Motta, l’architetto del rinascimento rossoblù, ha deciso di ricostruire dalle ceneri della mediocrità un’altra squadra: vale a dire la Juventus. Si poteva quindi legittimamente pensare a un ridimensionamento degli emiliani. Un fuoco di paglia e niente di più, ma Sartori & Co. sono pronti a smentire gli scettici.

Bologna, presente virtuoso e futuro da big?

Quando in società hai professionisti che capiscono di calcio, allora lasciar andare via questo o quel pezzo pregiato fa meno paura. Sartori è uno dei migliori direttori tecnici del calcio italiano, nonché iniziatore del “miracolo” Atalanta. Di Vaio è uno splendido collante fra società e spogliatoio. Saputo ha i soldi e non li lesina, anzi.

Un mix perfetto per rinnovare i sogni dei tifosi del Bologna anche oltre la passata stagione. Una stagione forse irripetibile, ma che non condannerà gli emiliani a un ritrovato oblio. Anzi, ci sono ottime possibilità che il Bologna possa diventare un’habitué delle parti alte della classifica. Una squadra capace di insidiare Fiorentina, Lazio, Roma e la stessa Atalanta per la qualificazione all’Europa League o alla Conference.

Del resto anche la scorsa estate il Bologna perse due giocatori importantissimi, vale a dire Schouten e Nicolàs Dominguez. L’intero asse di centrocampo, il reparto più importante nel gioco del calcio, fu spezzato nel giro di pochi mesi. Eppure il Bologna non solo non ha incassato il colpo, ma si è addirittura migliorato.

Dallinga meglio di Zirkzee: in due anni un top al mondo

I tifosi rossoblù possono dormire sonni tranquilli se al posto di Zirkzee viene acquistato un giocatore del livello di Thijs Dallinga. Un giocatore che sino a pochi mesi fa sarebbe stato impossibile pensare di poter portare a Bologna. Un giocatore che riporta indietro le lancette dell’orologio dei ricordi, ai tempi di Baggio e Signori.

Dallinga, nel suo biennio al Tolosa, aveva ampiamente dimostrato (con le sue prestazioni) che sotto le cime dei Pirenei non ci sarebbe rimasto a lungo. Sebbene con i Les Violets abbia vinto una Coupe de France e giocato l’Europa League, togliendosi anche la soddisfazione di battere il Liverpool con un suo gol, era evidente a tutti come il centravanti olandese fosse di un livello troppo alto per soggiornare ancora sulle rive del Garonna.

Dallinga è il prototipo del centravanti perfetto. Non a caso l’intera Europa sbavava per lui, in quanto gli ha riconosciuto le stigmate di colui che può diventare uno dei migliori in circolazione. Centravanti dalla struttura fisica imponente (alto 1,90), che abbina a una fisicità dirompente anche un’ottima qualità tecnico e senso del gol.

Sono 19 le reti segnate (fra tutte le competizioni) con la maglia del Tolosa lo scorso anno. E siccome i gol non si contano ma si pesano, queste sono (alcune) delle squadre a cui Thijs ha segnato. Due volte al Liverpool, di cui una ad Anfield; una volta al Parco dei Principi contro il PSG; una volta a Nizza e Lione; due volte al Lille.

Sebbene avrà bisogno di un fisiologico periodo di ambientamento al calcio italiano, Dallinga è più “centravanti” di Zirkzee e nel gioco di Italiano potrebbe rappresentare ciò che è stato per lui Vlahovic a Firenze. Una vera e propria macchina da gol, che, se dovesse ripetere in Italia quando mostrato nel biennio a Tolosa, anche Bologna gli andrà stretta nel giro di due anni. Perché questo ragazzo ha tutto per diventare uno dei migliori al mondo.

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Antonio Conte e “il paradosso di Prezzolini”

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Napoli-Conte

In attesa di appurare se si sia trattato di “mani avantismo” o meno, l’intervista rilasciata da Antonio Conte alla Rai dovrebbe far riflettere.

Antonio Conte si sa com’è fatto. Se si vince è un fenomeno lui, se si perde la squadra non era all’altezza e la colpa è tutta della società. E’ un genio della comunicazione, che intelaia una narrativa mediatica con la stessa eloquenza con la quale Arianna tesseva la propria tela nel Labirinto del Minotauro.

Il culto della personalità che è riuscito a creare attorno a sé ha sortito lo straordinario effetto di trasformare le sconfitte in vittorie e i fallimenti in successi. All’Inter riuscì a convincere Marotta a non pronunciare mai la parola “scudetto” per un anno e mezzo. Al Tottenham riuscì a obbligare la dirigenza a licenziarlo, con uno sfogo in conferenza stampa che rimarrà nella storia, ma continuando comunque a percepire un regolare (e lauto) stipendio.

Per questa ragione le frasi pronunciate nei giorni scorsi, durante un’intervista esclusiva concessa alla Rai, potrebbero sembrare il più classico dei tentativi di “mettere le mani avanti”: qualora il suo Napoli non fosse in grado di rispettare le enormi aspettative che gravano su di loro. Tuttavia, è davvero solo questo?

Se un uomo come Conte, che sa perfettamente come si vince dato che (e questo è un fatto incontrovertibile, a prescindere da come la si pensi) ha vinto praticamente ovunque è andato, ha individuato in maniera così repentina e lapidaria qual è stato il problema degli azzurri nella scorsa stagione, davvero non vale la pena di provare a vederci qualcosa in più di un mero “mani avantismo” in perfetto stile contiano?

Il paradosso di Prezzolini

“Se volessi esprimermi paradossalmente, direi che Caporetto è stata una vittoria e Vittorio Veneto una sconfitta per l’Italia.” Parlava così Giuseppe Prezzolini, controverso e discusso intellettuale del novecento, nel suo celebre libro (“Dopo Caporetto, Vittorio Veneto”) sulla disfatta italiana (ma non solo) a Caporetto.

Se volessimo cercare di trovare un’origine all’aforisma “S’impara più dalle sconfitte che non dalle vittorie“, una di quelle frasi celebri che tutti conoscono ma di cui nessuno conosce la provenienza, potremmo ricercarla proprio in questa analisi di Prezzolini. Volendo disegnare un parallelismo con la recente storia partenopea, si potrebbe affermare che lo scudetto vinto è l’equivalente della battaglia di Vittorio Veneto mentre la scorsa stagione ha i contorni della Caporetto calcistica.

Per i meno appassionati di storia: la battaglia di Vittorio Veneto è stata l’ultima fase del conflitto italo-austriaco nella Prima Guerra Mondiale, conclusasi con la Vittoria di Pirro italiana. Una vittoria che è stata l’anticamera dell’armistizio di Villa Giusti, con il quale l’Italia sperava di rafforzare la sua posizione alla Conferenza di Pace di Versailles del 1919. Com’è andata a finire lo sappiamo. Vladimir Lenin rese pubblico il Patto di Londra, che Woodrow Wilson si rifiutò di riconoscere. D’Annunzio coniò il termine “vittoria mutilata” e il revanscismo italiano deflagrò nella metastasi fascista.

Napoli, Conte

Conte conferma: quel Napoli come il Leicester di Ranieri

Per quanto paradossale possa sembrare, è lecito affermare che lo scudetto vinto da Luciano Spalletti sia stata l’origine della sciagurata stagione appena trascorsa. Lo pensa Antonio Conte, che ha tutto l’interesse nel non piazzare l’asticella delle aspettative sulla prima posizione, ma può legittimamente pensarlo chiunque abbia osservato con occhio critico la differenza fra le due versioni del Napoli.

La sensazione di appagamento era palpabile, ma soprattutto è stata tangibile una sopravvalutazione di sé stessi da parte dei calciatori azzurri. Mancava la volontà di fare quel metro in più per aiutare il proprio compagno, che è stata la formula magica necessaria a realizzare quella macchina perfetta: altro che il bel gioco e corbellerie varie.

Una squadra che fin lì si era sentita invincibile si è riscoperta improvvisamente fragile, rendendosi conto che le certezze costruite nell’arco di una stagione intera erano poco più che una mera illusione. Conte ha battuto molto su due punti focali: la necessità di riscoprirsi umili e di riconoscere i propri limiti.

L’analisi fatta dal sottoscritto a metà della scorsa stagione, ovvero il paragone fra il Leicester di Ranieri e il Napoli di Spalletti, è stata indirettamente confermata dallo stesso Conte. Con la stampa italiana, che ha contribuito in maniera attiva a questa allucinazione, che ancora oggi (nonostante quel Napoli fosse nettamente inferiore a quel Leicester) si guarda bene dal chiamare le cose con il loro nome: ovvero “miracolo” sportivo.

Per i tifosi azzurri l’augurio è che i parallelismi fra volpi e asini finiscano qui. Subito dopo il disastro del Ranieri-bis, il Leicester si affidò a Claude Puel. Un allenatore che tentò di esautorare tutti i reduci del 2016 e di eseguire una damnatio memoriae su quell’impresa, venendo rigettato dallo spogliatoio. Conte ha di certo più carisma e più credibilità del transalpino e lo dimostra il modo in cui ha gestito i casi Di Lorenzo e Kvaratskhelia, ma venire a patti con l’ego di miliardari viziati non è mai semplice.

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