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Atalanta: Palladino, la rivincita del tecnico “incompreso”

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Atalanta

Palladino: dal fischio della Curva Fiesole al trionfo con la Dea, la settimana da sogno di un tecnico che il destino ha voluto premiare.

Palladino-Pradè: accoppiata perdente, sparite per il bene della nostra gente. Lo striscione della Curva Fiesole pendeva dalle gradinate, una freccia diretta ai dirigenti, colpevoli agli occhi dei tifosi di una stagione che non aveva soddisfatto.

Ma dietro le quinte, Raffaele Palladino continuava a tessere la sua tela, senza clamore ma con risultati concreti. Chiudere al sesto posto in campionato non era solo un numero: era il segno di un lavoro paziente, fatto di scelte giuste al momento giusto e di talenti valorizzati, come Moise Kean, esubero diventato ben presto asso nella manica oltre che un vanto per chi finalmente gli aveva cambiato radicalmente la carriera. Destinato a diventare il gioiello della Fiorentina. Di lui, durante l’ultima finestra di mercato, si temeva addirittura la partenza per poco più di 50 milioni, mentre solo dodici mesi prima era stato acquistato solamente per 13 milioni, una cifra che al tempo aveva fatto storcere il naso a molti, ma che ora sembrava quasi un affare d’altri tempi.

Palladino

RAFFAELE PALLADINO E MOISE KEAN ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

E Palladino? Nonostante tutto aveva deciso di pagare il prezzo più alto. Lasciare il progetto, rinunciare a un contratto pesante fino al 2027, accettare di diventare il capro espiatorio di una stagione forse mai compresa fino in fondo. Un gesto che parlava di responsabilità, ma anche di coraggio: di chi mette il bene della squadra davanti al proprio orgoglio, e accetta di camminare tra applausi e fischi, consapevole che la storia non giudica subito chi lavora nell’ombra.

Una decisione che, se da una parte aveva dato ragione a Palladino — con una Fiorentina ai minimi storici in qualsiasi competizione — dall’altra sembrava poter mettere a rischio la sua carriera. Prima dell’Atalanta, infatti, nessuno aveva pensato al suo nome, preferendo tecnici che, al netto dei risultati, avevano accumulato numeri ben più bassi nelle stagioni precedenti.

Palladino, tra karma e destino

Eppure il destino aveva altri piani. L’Atalanta, dopo aver interrotto il rapporto con Juric, ha affidato la panchina proprio a lui, regalando al tecnico un’occasione che pareva scritta già a aprtire dal suo terzo impegno con la Dea. Nel basket d’oltreoceano esiste un termine che descrive eventi che sembrano accadere per ragioni karmiche, una sorta di “you get what you deserve”, che in italiano si traduce con “Ecco quello che ti meriti”.

E ieri, intorno alle 18, Palladino ha incarnato perfettamente questa espressione. Dopo la vittoria contro il Francoforte in quello che è stato il suo esordio in Champions League, il tecnico ha replicato anche contro il suo passato, infliggendo un amaro destino alla sua ex squadra. Sfogliando l’almanacco delle retrocessioni dalla Serie A alla Serie B, emerge un dato impietoso: mai una squadra incapace di ottenere almeno una vittoria nelle prime tredici giornate è riuscita a salvarsi. E così, tra applausi e rimpianti, Palladino ha scritto un nuovo capitolo della sua storia, dimostrando che a volte il destino sembra davvero fare giustizia da sé.

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Milan-Comvest, cambiare tutto per cambiare niente: l’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan-Comvest, assisto ormai da alcuni giorni a scene di giubilo dei vari tifosi rossoneri alla notizia di un nuovo finanziatore. Ma perché festeggiare?

Gerry Cardinale è pronto a mettersi un altro cappio al collo per diversi anni. Normale per chi i soldi non li ha, farsi finanziare un progetto. Fino a qui niente di nuovo, o di strano. Non è normale secondo me festeggiare come fosse la seconda festa della liberazione.

Sappiamo che con ogni probabilità sarà Comvest a finanziare Cardinale per una cifra intorno ai 600 milioni di euro grazie alla quale verrà totalmente estinto il vendor loan di Elliott sgravando quindi la famiglia Singer da ogni futuro impegno nell’AC Milan e liberando l’uomo dei conti Giorgio Furlani.

E fino a qui sto raccontando fatti che penso non siano più una novità, visto che noi di Calcio Style ne parliamo da 10 giorni. Ma in fondo cosa cambierà? La risposta è: nulla.

L’obiettivo dell’operazione è sostituire integralmente Elliott col quale c’erano evidenti ed insanabili dissapori nella gestione del club, fatta la doverosa premessa che il detentore del 100% delle quote è comunque Cardinale. Ma un conto è essere il proprietario libero da vincoli, un conto è esserlo con un cappio al collo di 489 milioni di debito residuo.

Sostanzialmente l’operazione che si terrà nel breve termine sarà quella di un passaggio da un venditore a un finanziatore terzo. Ma di fatto che differenza ci sara? Di cifre? No perché Cardinale chiederà di più. Di tassi? Certamente Comvest non regala soldi, così come non li regalava Elliott.

Via Furlani liberi tutti? Si inizierà a spendere sul mercato come non ci fosse un domani? Dispiace dirlo, ma non sarà così. Comvest presterà soldi senza mettere nessuno a controllare? Anche qui la risposta è negativa. Calvelli sarà meglio di Furlani? No.

E allora cambierà qualcosa? L’ho già detto, assolutamente no.

Cappio al collo era, cappio al collo rimarrà. A meno che qualcuno venga a rilevare il 100% delle quote, ma questa è un’altra storia…di medio/lungo termine. Perché la certezza è che Cardinale venderà, i tempi non sono noti, ma sappiamo che l’obiettivo di un fondo è acquistare e poi vendere in guadagno. Il Milan non farà accezione.

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Milan, coi campioni si vince: lo capiranno? L’editoriale di Mauro Vigna

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Milan

Milan, nel day after la vittoria contro il Como in trasferta per 3-1, sono a interrogarmi se questa volta, per l’ennesima volta, la lezione sarà capita.

Il Milan vince a Como per 3-1 e cancella il record di imbaiitibilità degli uomini di Fabregas in casa. Una vittoria che non convince appieno, una quadra – il Milan – che lascia troppo campo agli avversari e che deve ringraziare Maignan se il risultato per i padroni di casa non è stato per niente tondo.

Deve anche ringraziare un altro francese – Adrien Rabiot – autore di una doppietta e di una prestazione gigantesca a metà campo, coprendo anche le zolle ieri sera lasciate un po’ vuote da uno spento Modric.

La dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, è che coi campioni si vince. Sì, perché Maignan e Rabiot non sono solo giocatori di livello, ma veri e propri campioni. E i campioni vanno tenuti, senza se e senza ma.

Lo capirà la dirigenza? Mi auguro di sì e che il rinnovo di Maignan possa essere solo il primo di altre importanti conferme. Fare cassa coi campioni non paga, la cessione di Tonali grida ancora vendetta, soprattutto se poi ci metti anni a trovare un sostituto.

 

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Cara Inter, il demone degli scontri diretti non se ne va

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Inter

Inter – Continua l’astinenza di vittorie contro le grandi, finali da incubo e fragilità mentale. Anche con il cambio in panchina, i nerazzurri non riescono ancora a fare il salto decisivo.

L’Inter spreca ancora una volta l’occasione di dare una spallata al campionato e, soprattutto, di sfatare un tabù che comincia a pesare come un macigno. Avanti due volte, raggiunta due volte, fino al crollo finale che ha gelato San Siro. Il 2-2 con il Napoli è l’ennesima fotografia di una squadra che, nei momenti chiave, continua a tremare.

A nove minuti dalla fine i nerazzurri erano davanti, pronti a staccare i rivali e a mandare un segnale forte. Invece, su un pallone apparentemente innocuo, la confusione di Bisseck e Barella ha spalancato la porta a Lang e poi a McTominay, falco nell’area interista. Doccia fredda, l’ennesima, arrivata quando una squadra di questo livello dovrebbe invece saper condurre la partita fino ai titoli di coda.

Inter

Rasmus Højlund e Lautaro Martinez ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Chivu, alla vigilia, aveva parlato di un’Inter diversa rispetto a quella smarrita tra polemiche e nervosismi di un mese fa. Ha ragione solo in parte. I progressi ci sono, la crescita è evidente, ma certi fantasmi mentali resistono. Il problema non è solo la forza di avversari organizzati come il Napoli, bensì la sensazione che basti un episodio, un uomo – ieri Hojlund – per far vacillare un’intera struttura difensiva. È lì che riaffiora il demone della paura, quello che rende incandescenti gli ultimi minuti e difficili da gestire.

I protagonisti nerazzurri, a fine gara, parlano di “bicchiere mezzo pieno”. Parole di circostanza. La verità emerge ancora una volta dalle parole dell’allenatore: il peso di ciò che è accaduto nel finale della scorsa stagione non è stato ancora del tutto smaltito. Da allora l’Inter ha evitato di sprofondare, ha ritrovato competitività, ma resta convalescente. E il dato sugli scontri diretti lo certifica.

Inter, da quanto non vinci contro una big?

Dal 24 aprile 2024, notte del 2-1 sul Milan che consegnò il ventesimo Scudetto, i nerazzurri non hanno più vinto contro le grandi rivali: né Milan, né Napoli, né Juventus. Quasi due anni senza successi nei big match. Una serie fatta di pareggi beffardi, sconfitte pesanti e partite folli, dal derby d’Italia al cardiopalma finito 4-3 fino alle cadute con i rossoneri e ai duelli irrisolti con i campani. Fa eccezione solo la Roma, battuta due volte di misura in trasferta, ma l’incrocio con i giallorossi non ha lo stesso peso specifico degli altri.

Il segnale è chiaro e non va ignorato: l’Inter ha sprecato una grande occasione perché, nei momenti decisivi, non è ancora guarita. Abituarsi a non vincere gli scontri diretti sarebbe l’errore più grave. Il rischio è che quel demone, già visto all’opera l’anno scorso, continui a presentarsi sul più bello. E allora sì, che l’allarme diventerebbe definitivo.

 

 

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